Autore: centrostudioforepsy

  • ADHD ed emozioni. Come aiutare i bambini a regolarle?

    di Marco Stefanelli

    La capacità di autoregolarsi dei bambini con ADHD è notoriamente poco sviluppata e non interessa solo l’attenzione e i comportamenti ma anche le proprie emozioni. 

    Se sei un genitore pensa alle crisi di collera che tuo figlio può avere di fronte alla frustrazione di un rifiuto da parte tua o di un compagno di scuola. La rabbia che prova in queste situazioni ha di solito un’intensità molto elevata e di conseguenza tende a comportarsi in modo distruttivo e poco funzionale … LEGGI TUTTO

  • Bambini adottati, cosa fare a scuola?

    025di Anna La Prova

    Sempre più spesso mi capitano richieste, da parte di genitori di bambini adottati,perchè presentano difficoltà di attenzione e concentrazione o di apprendimento.

    In genere la richiesta parte da una segnalazione della scuola, che rileva nei bambini difficoltà ad ambientarsi e a concentrarsi, molto simili a quelle che si riscontrano anche nei bambini con ADHD.

    In realtà la difficoltà di attenzione e i comportamenti iperattivi, nei bambini adottati, anche se a livello fenomenologico sono gli stessi dei bambini con un vero e proprio disturbo dell’attenzione, spesso sono dovuti a cause diverse. Cerchiamo di capire meglio quale può essere il vissuto di un bambino adottato e perché è importante che a scuola se ne tenga conto.

    Molto spesso i bambini adottati hanno vissuto situazioni di abbandono e di solitudine. Nella maggioranza dei casi provengono da situazioni di istituzionalizzazione che si sono protratte per lungo tempo e possono aver subito maltrattamenti di tipo fisico e/o psicologico.

    Hanno una storia familiare diversa da quella degli altri bambini, non hanno avuto modo, fino al momento dell’adozione, di sentirsi “UNICO e SPECIALE” per qualcuno, “PENSATO” nella mente di qualcuno, spesso la percezione di sé è stata quella di essere “UNO TRA TANTI” che se c’è o non c’è è più o meno la stessa cosa.

    Oltre a questo, se provengono da paesi extracomunitari o comunque più poveri del nostro, si trovano d’un tratto catapultati in una realtà totalmente diversa da quella vissuta sino a quel momento (un po’ come se noi ci ritrovassimo su Marte dopo 4 h d’areo), con il compito di dover mettere in ordine nella propria mente:

     – una nuova lingua

    – le regole del nuovo paese

    – tutti gli stimoli visivi, uditivi e tattili

    – nuove modalità di relazione (spesso saranno figli unici nella famiglia adottiva, quindi passano di colpo dall’essere uno tra tanti, all’essere unico … ma questo può non essere immediatamente integrato) e molto altro….

     La cosa si complica se provengono da precedenti situazioni di affidamento o di adozioni non riuscite, che hanno dato loro modo di sperimentare (e ahimè rinforzare) nuovamente l’esperienza dell’abbandono, con il rischio che si sia consolidata l’immagine di sé “Nessuno mi vuole, quindi non vado bene/sono cattivo/sbagliato”.

    Oltre a dover “mettere insieme i pezzi” e le nuove informazioni della loro nuova vita, molto spesso devono ancora integrare ed elaborare i pezzi della condizione precedente, a volte alcuni di loro ci tengono a chiamarsi in modo diverso o a rifiutarsi, una volta appreso l’italiano, di parlare nella lingua d’origine, probabilmente proprio per “mettere ordine” e distinguere bene il prima e il dopo.

    Ricerche in merito ci dicono che, diversamente da quanto potrebbe apparire per il fatto che imparano velocemente la lingua del paese adottivo, i bambini adottati impiegheranno molto tempo per riuscire a sentirsi realmente integrati ed appartenenti al nuovo paese, per poter a loro volta “adottare” sia mamma e papà, che la scuola, che gli amici.

    Ma veniamo al momento dell’ingresso a scuola, momento che spesso può essere affrontato con difficoltà dai bambini adottati per diverse ragioni, ma sicuramente 2 in particolare:

    1) il contesto classe può ricordare loro l’esperienza dell’istituto, in cui si è uno tra tanti e bisogna condividere inevitabilmente l’attenzione della maestra (come dell’istitutrice/educatrice prima), con altri bambini, così come bisogna stare a regole precise di convivenza, il tutto può riattivare ricordi spiacevoli se non addirittura traumatici.

    2) E’ un confronto inevitabile con altri bambini che saranno, molto probabilmente, più capaci di loro in tante aree, prima fra tutte quella linguistica, ma poi nella capacità di sapere come “si sta” in questo paese e in questo nuovo contesto sociale.

    3) Il compito di dover integrare tanti stimoli nuovi e tante informazioni nuove, li porta molto facilmente ad essere attratti ora da questo ora da quello, con la conseguenza che in classe gli insegnanti riscontrano problemi di attenzione e concentrazione.

    4) Il compito di dover gestire tante nuove emozioni, positive e negative, può portare a condotte iperattive.

    Se questi vissuti non vengono accolti e compresi, spesso si possono verificare anche comportamenti oppositivi e provocatori che in qualche modo possono voler “testare” quanto l’educatore, l’insegnante o il genitore è affettivamente affidabile. In qualche modo è come se il bambino stesse chiedendo disperatamente “Vediamo se mi vuoi davvero anche se sono odioso e non sono perfetto, o mi abbandoni anche tu” .

    Cosa fare allora a scuola? Innanzitutto è importante essere consapevoli di tutti questi aspetti e non pretendere dal bambino adottato che si adegui subito alle regole e alle aspettative del contesto scolastico, allo stesso tempo degli altri. In qualche misura e a seconda delle difficoltà specifiche, il bambino può essere considerato un alunno con Bisogni Educativi Speciali e si può prevedere un Piano Didattico Personalizzato.

    Ma anche in assenza di tale piano, è importante che gli insegnanti abbiano un’attenzione particolare al bambino e utilizzino alcune strategie. Ad esempio:

    Come per i bambini con difficoltà di attenzione e concentrazione può essere importante prevedere pause tra un compito e l’altro, permettendo, ad esempio al bambino di “ricaricare le batterie”, alzandosi o facendo un gioco che gli piace.
    Utilizzare la lode, più che la punizione, per ottenere il rispetto delle regole di classe, ricordiamo che il bambino deve imparare a fidarsi delle nuove figure educative con cui ha a che fare, per cui un atteggiamento punitivo non farebbe altro che confermargli l’idea che lui non è amabile e alimenterebbe condotte oppositive. La lode può essere realizzata in modo sistematico, ad esempio con un sistema di premi per ciascun comportamento/regola positivo previsto in classe, ma sarebbe importante che l’insegnante desse “carezze emotive” al bambino tutte le volte che può, dicendo ad esempio “ottimo lavoro”, “fantastico ce l’hai fatta”, “Esatto! Grande! Batti il 5!”, oppure mettendo in atto comportamenti non verbali di riconoscimento, come occhiolino, pollice su, pacchetta sulla spalla.


    Se il bambino fa fatica a rispettare le regole di classe, armarsi di pazienza e fargli presente la regola che ha infranto e quale è il comportamento alternativo che ci si aspettava da lui, ad esempio: E ricordarsi sempre di lodarlo, anche solo verbalmente, se ci riesce.

    Un aspetto molto importante da tenere presente, per i bambini che hanno bisogno di costruire un’immagine di sé buona, compromessa da esperienze terribili, è la necessità di riuscire a trasmettere il messaggio “Ti capisco, va bene quello che provi”. Questo si può realizzare se prima di un richiamo, rispetto ad un comportamento negativo, si fa precedere la frase da una del tipo “Mi rendo conto che … Capisco che … So che è difficile … ma (seguito dalla regola che bisogna rispettare), ad es.: “Luca, lo so che è difficile stare attenti per tanto tempo, ma non si può uscire dalla classe mentre stiamo lavorando, bisogna rimanere ancora un po’ di tempo seduti, poi usciamo tutti”, oppure “Capisco che sei stanco/arrabbiato, ma è importante terminare questo compito adesso, così dopo sarai più libero”.

    La comunicazione è molto importante per trasmettere all’altro una percezione di lui, dire una frase in un modo piuttosto che in un altro determina degli effetti emotivi nelle persone (e nei bambini ancora di più) totalmente differenti. Se un bambino, con un vissuto devastante di abbandono o rifiuto o violenza, si sente continuamente accettato in quello che prova, sarà molto più disponibile ad adeguarsi alle richieste piuttosto che ad opporsi.

    Infine ricorda sempre che “il bambino che ha più bisogno d’amore, lo chiederà nei modi meno amorevoli” (M. Kutscher)

  • Gestire comportamenti difficili con il sistema a punti strutturato

    Rinforzo a Puntidi Laura Dominijanni

    Bambini che faticano a terminare i compiti per casa, che tardano a prepararsi la mattina o che trasgrediscono continuamente le regole di classe gettano spesso nello sconforto, e a volte anche nella confusione, gli adulti. 

    Genitori e insegnanti saranno allora contenti di sapere che esistono delle strategie, applicabili sia a casa che a scuola e sperimentate con successo in classi materne ed elementari (in alcuni casi anche medie), che consentono di relazionarsi in modo diverso e costruttivo in queste circostanze. Ovviamente non si tratta di ricette magiche, bensì di STRUMENTI da personalizzare, “progettare” e sperimentare!     

    Dunque, come promesso nel precedente contributo – relativo all’uso strategico di premi e punizioni per modificare i comportamenti difficili (link all’articolo?) – ne illustrerò ora in particolare uno, cui si può ricorrere per motivare e promuovere un cambiamento comportamentale nei bambini: il sistema a punti strutturato.

    Il pensiero di base, sostenuto da diversi esperti del settore e figlio dell’approccio comportamentista, è che:

    è possibile modificare il comportamento agendo sulle sue conseguenze; 

    – se si vogliono modificare comportamenti specifici è più efficace ricorrere a strategie che si basano su premi e ricompense piuttosto che su punizioni.

    Prima di  entrare nel dettaglio dello strumento, però, ricordiamo alcuni elementi indispensabili per l’applicazione efficace di qualsiasi PROGRAMMA DI GRATIFICAZIONE:

    • Positività

    lodare (in modo credibile, dunque non sproporzionato) i comportamenti positivi e comunicare fiducia al bambino rispetto alle sue capacità di comportarsi adeguatamente.

    • Chiarezza

    definire in modo chiaro e non vago quali comportamenti verranno premiati e puniti e in che modo (Es. : non “se fai il bravo a tavola avrai un premio” ma “se a tavola usi le posate per mangiare e sparecchi poi il tuo piatto avrai diritto a 20 minuti di gioco alla playstation”). 

    • Coerenza

    rispettare sempre quanto concordato nel programma: non farsi guidare mai dall’emozione del momento nel distribuire premi e punizioni, bensì solo dal comportamento effettivamente emesso del bambino, cui va quindi dimostrato che “si fa sul serio”. 

    • Realismo 

    gli obiettivi definiti devono essere realistici e raggiungibili per il bambino che, altrimenti, perderà la motivazione.

    IL SISTEMA A PUNTI STRUTTURATO

    Si tratta di una tecnica che si focalizza sul conseguimento di gratificazioni (premi e ricompense di vario genere) e non sull’evitamento delle punizioni. Il suo obiettivo è di favorire l’esecuzione di comportamenti positivi, piuttosto che l’eliminazione di quelli problematici. Proviamo quindi a mettere da parte rimproveri, rabbia e frasi che inizino con il fatidico “non”…. Questo è un cambio di prospettiva apparentemente banale, ma in realtà estremamente importante: chiedere di non fare delle cose (spesso divertenti o che richiedono poco impegno, oppure difficili da controllate come nel caso di alcuni sintomi) è quasi sempre una battaglia persa, mentre motivare il bambino a farne altre può essere una strada più percorribile e gratificante (anche per il genitore/insegnante!). 

    In pratica quello che succede è che, concordandolo, l’adulto individua e segnala al bambino dei comportamenti che gli permetteranno di ottenere dei punti. E’ possibile anche prevedere dei comportamenti che, invece, ne comportano la perdita. Se raggiunge una certa soglia (in genere all’interno di un range temporale prefissato che può essere, per esempio, di una settimana) il bambino riceve il premio previsto, altrimenti no. L’eventuale mancata ricompensa fungerà da “punizione” spingendo il bambino a fare di meglio nella successiva occasione. In questo caso l’adulto, liberato dalla rabbia (che, come sappiamo, innesca circoli viziosi), comunicherà dispiacere al bambino per aver perso un’opportunità ma, al contempo, fiducia per il successivo tentativo.

    E’ consigliabile tener traccia del programma con un tabellone (creato per l’occasione con le personalizzazioni che la fantasia e la conoscenza di vostro figlio/alunno vi suggeriranno, possibilmente coinvolgendolo nella realizzazione) che permetta al bambino di avere sotto controllo la situazione, monitorarsi e quindi motivarsi. A seconda dell’età è possibile far coincidere i punti con gettoni, stelline, figurine colorate etc. da attaccare sul tabellone.

    Strategie di questo tipo possono essere vincenti per motivare e gestire il comportamento, per esempio, di bambini con Bisogni Educativi Speciali. A questo proposito, voglio raccontarvi un frammento di esperienza personale: sapendo di ricevere una stellina per ogni attività portata a termine, una bambina di 10 anni con ritardo – che con nome di fantasia chiamerò qui Vittoria – riesce a completare in tempi più ridotti e con minori sollecitazioni i compiti a scuola, limitando alcuni comportamenti problema (che le farebbero perdere dei punti-stellina). Se ne raggiunge tre all’interno di una giornata scolastica, ha diritto a 20 minuti di “pausa” da dedicare a un’attività a sua scelta (concordata all’inizio della prima ora). Le attività premio costituiscono una gratificazione per Vittoria, ma anche la possibilità di esercitare un controllo sul programma e, spesso, di relazionarsi in modo piacevole a me facendomi entrare nel suo mondo: in queste “pause/premio” Vittoria mi ha “insegnato” a usare Paint al pc, abbiamo costruito e dipinto insieme una scatola speciale che da tempo immaginava, etc. I comportamento problema (nella fattispecie dondolamenti, miagolii, etc.) non sono del tutto spariti, ma sono diminuiti di frequenza trovando di fatti Vittoria spesso impegnata nelle attività scolastiche e quindi più a contatto con la realtà della vita di classe e soddisfatta dei risultati raggiunti. 

    Alcune possibili situazioni problema/obiettivi:

    – seguire le regole di classe

    -svolgere tutti i compiti per casa

    – astenersi da manifestare aggressività fisica e verbale

    – stabilire routine autonome per l’igiene personale

    – rispettare orari e tabelle di marcia

    – andare d’accordo con i fratelli    

    Alcuni possibili premi:

    • Bonus tempo per tv / pc
    • Invitare un amico a casa
    • Andare con la famiglia al luna park
    • Bicicletta nuova, etc.

    Chiaramente i premi vanno personalizzati e devono essere proporzionali all’impegno richiesto. Un bambino che arriva costantemente in ritardo a cena perché non riesce a lasciare i compagni di gioco che hanno un orario di rientro diverso, può essere motivato a farlo se sa che riuscendo ad essere puntuale per un mese potrà realizzare finalmente il suo sogno di avere un cagnolino. Del resto, per prendersi cura di un animale occorrono responsabilità e rispetto degli orari, proprio come per arrivare puntuali a cena…

    CONCLUDENDO…

    Non esistono ricette magiche, ma strategie che si possono mettere in campo per modificare comportamenti inadeguati promuovendo quelli più funzionali.

    Concordare un programma può dare al bambino la sensazione di avere il giusto controllo sulla situazione e chiarezza sulle conseguenza delle sue azioni.

    E’ necessario impegno anche da parte dell’adulto perché un “buon” programma necessita di:

    • attenzione alle specificità, emozioni e bisogni del bambino nella fase di “ideazione”
    • collaborazione (tra i due genitori oppure tra i diversi insegnanti di classe)
    • monitoraggio costante e coerente durante tutta la sua esecuzione.

    Articolo redatto dalla Dr.ssa Laura Dominijanni, il 27/03/2014

  • Premiare per gestire i comportamenti difficili

    Comportamenti difficilidi Laura Dominijanni

    Genitori e insegnanti si trovano spesso in difficoltà quando hanno a che fare con bambini oppositivi, che non rispettano le regole, che fanno confusione o che adottano comportamenti apertamente problematici. Le reazioni più comuni e, ahimè, generalmente anche poco efficaci, sono:

    – sgridare;
    – fare le prediche;
    – minacciare (spesso senza poi far seguire i fatti alle parole);
    – punire.   

    In queste circostanze – come ben saprete per via della vostra diretta esperienza – circolano emozioni di rabbia e frustrazione sia nell’adulto che nel bambino, presi in una sorta di fallimentare braccio di ferro per il controllo della situazione.

    E’ opportuno, proprio a tal proposito, porsi una domanda: perché i bambini “non si comportano bene”?
    Una prima considerazione è che il desiderio di compiacere l’adulto conformandosi ai suoi desideri deve spesso fare i conti con la spinta verso l’autonomia: i bambini vogliono avere la sensazione di poter controllare la situazione!

    Inoltre, diciamo la verità: comportarsi bene in genere richiede più impegno che comportarsi male! Pulire e mettere in ordine una stanza non è divertente come fare confusione, mettersi silenziosamente in fila per uscire dalla classe è più faticoso che muoversi disordinatamente chiacchierando con i compagni.

    PREMI E PUNIZIONI

    Proprio per questi motivi, come ormai ampiamente condiviso dagli esperti del settore, sappiamo che: se si vogliono modificare specifici comportamenti è più efficace ricorrere a strategie che si basano su premi piuttosto che su punizioni!  
    I bambini sono infatti molto più motivati a fare qualcosa se così facendo ottengono un risultato positivo: “controllano” in tal modo la situazione attraverso il proprio comportamento e hanno una gratificazione per la fatica impiegata.

    Le punizioni (date in risposta al non aver fatto quanto atteso) vanno invece usate solo in caso di necessità perché, sebbene possano agire da deterrente, non è escluso che inneschino dei comportamenti problematici, dettati dal risentimento e dalla frustrazione. Inoltre non fanno migliorare l’autostima del bambino. E’ comunque sempre auspicabile che coincidano con perdite di privilegi (es.: divieto di vedere la tv la sera), piuttosto che con l’obbligo a fare cose indesiderate (es: operazioni di aritmetica supplementari).
    Inoltre, per quanto riguarda i premi, c’è da evidenziare che:

    – forniscono ai bambini un incentivo temporaneo a provare nuove modalità di comportamento;

    – possono essere concordati con il bambino, dandogli così l’attenzione e il “controllo” di cui ha bisogno;

    – possono essere beni materiali, ma anche attività (per esempio tempo di gioco esclusivo con mamma  o papà o con i compagni di classe);

    – dovrebbero essere cose attraenti ma piccole (sebbene commisurate allo sforzo richiesto al bambino).

    I PROGRAMMI DI GRATIFICAZIONE

    Un modo per sfruttare il “potere” dei premi è quello di inserirli all’interno di un vero e proprio programma di gratificazione, da creare “ad hoc” per il bambino (o gruppo classe) che presenti particolari comportamenti problematici: tenendo conto di variabili quali temperamento, età, interessi e contesto, si dovrà pensare in modo creativo a un programma che motivi il bambino facendogli sentire che quello è il “suo” programma (di cui si terrà traccia attraverso opportuni tabelloni o simili).

    Il primo passo, però, è decidere esattamente quali comportamenti modificare (quelli cioè che si verificano “ogni volta che”, creando disagio, confusione, conflittualità), scomponendo eventualmente il comportamento problema in componenti più piccole e partendo quindi da quelle più semplici. Se, per esempio, il comportamento che si vuole modificare è che il bambino lasci in ordine la propria stanza prima di andare a cena, evitando i continui richiami della mamma, bisognerà individuare alcune azioni specifiche (meglio non più di un paio) che dovrà compiere (es.: rimettere tutti i giochi nelle relative scatole, in massimo 5 minuti). Dovrà poi essere chiaramente stabilito anche il premio, le sue caratteristiche e le condizioni per ottenerlo.
    Per utilizzare efficacemente dei programmi di gratificazione bisogna essere:

    Positivi
    Lodare (in modo credibile, dunque non sproporzionato) i comportamenti positivi, comunicare fiducia al bambino rispetto alle sue capacità di comportarsi adeguatamente, premiarlo sempre quando ciò accade.

    Coerenti
    Rispettare sempre quanto concordato nel programma, in altre parole dimostrare al bambino che “si fa sul serio”.

    Realistici
    Gli obiettivi definiti devono essere realistici e raggiungibili per il bambino che, altrimenti, perderà la motivazione.

    Questo tipo di intervento è generalmente efficace per bambini tra i 3 e i 10 anni e può essere utilmente applicato per comportamenti quali: conflittualità tra fratelli, difficoltà a finire i compiti, comportamento inadeguato a tavola, etc.

    Un particolare tipo è il sistema a punti strutturato, di cui parlerò nel prossimo contributo.
    Invitandovi a cambiare ottica, dando cioè più spazio ai rinforzi positivi e meno a rimproveri e punizioni, vi lascio ora sperimentare i cosiddetti “vantaggi invisibili” che ciò comporta:

    – i bambini aumentano la propria autostima;
    – l’adulto viene percepito come persona equa, chiara e affidabile;
    – le interazioni con adulto-bambino diventano più piacevoli.

    Dunque, buon “gratificante” lavoro a tutti e a presto! 😉

     

     

  • Bambini che gridano in silenzio. Il mutismo selettivo: cosa fare a scuola!

    MSdi Anna La Prova

    Sono bambini intelligenti, sensibili, capaci di giocare, ridere, scherzare a casa o anche fuori, se sono in un contesto conosciuto e rassicurante. Possono stare ore a raccontare di qualcosa che piace loro o che li ha colpiti se voi siete la loro mamma, il loro papà o una persona di cui si fidano. Allo stesso modo possono diventare completamente muti in un contesto che percepiscono come poco familiare e emotivamente poco rassicurante.

    Sto parlando del mutismo selettivo, un disturbo d’ansia che si presenta in età infantile ed è caratterizzato dalla difficoltà piuttosto rigida e persistente a parlare in contesti non familiari o percepiti come “richiestivi”, come ad esempio la scuola.

    La scuola è in genere il contesto in cui il mutismo si manifesta per eccellenza, ma spesso i bambini con MS, risultano muti anche in altri contesti come fuori casa, come al parco, o a casa di persone che non conoscono bene, o che sono comunque fuori dalla cerchia familiare, mentre parlano tranquillamente a casa con i propri genitori e familiari, o con persone di cui si fidano.

    Il problema è che molto spesso, in una prima fase, i bambini vengono percepiti come semplicemente timidi, questo fa sì che non vengano presi per loro i provvedimenti necessari e il tempo passa inesorabile, con il risultato che il disturbo si “irrigidisce” nella sua forma.

    E’ importante che gli insegnanti siano informati, perché in genere il problema si manifesta tipicamente a scuola, e l’insegnante è tra le prime persone che può accorgersi della presenza del disturbo e segnalarlo quanto prima alla famiglia, che in genere ne viene a conoscenza in un secondo momento.

    Che cosa è importante sapere?

    • 1.Un bambino timido può parlare poco o con difficoltà in alcuni contesti, ma in genere questo comportamento non è “rigido”, nel senso che può manifestarsi a volte si , a volte no. Il bambino con MS in genere non parla MAI in certi contesti, come ad es. a scuola, oppure non parla se non con poche persone selezionate.
    • 2.Il bambino timido può parlare se gli si rivolge una domanda direttamente, o se viene rinforzato quando lo fa. Il bambino con MS tende a chiudersi ancora di più se viene interrogato in modo diretto o se gli si chiede esplicitamente di rispondere a parole o se vienelodato per aver parlato.
    • 3.A differenza dei bambini timidi, i bambini con MS in genere selezionano in modo “rigido” e costante le persone e i contesti in cui parlano e quelli in cui non parlano.
    • 4.Il bambino con MS non parla non per sua volontà, ma per una difficoltà a gestire emozioni spiacevoli come ansia, frustrazione, tristezza, rabbia.
    • 5.Il bambino avrebbe voglia di parlare, ma è letteralmente bloccato dalla paura di qualcosa che neanche lui sa spiegare e/o delle sue stesse emozioni.
    • 6. Spingere il bambino a parlare non lo aiuta a superare la sua difficoltà anzi: lo fa sentire ulteriormente sotto pressione con il risultato che si chiuda ancora di più nel suo mutismo.
    • 7. Il MS NON E’ UN COMPORTAMENTO OPPOSITIVO. Il bambino non sta sfidando nessuno, la sua è una reale difficoltà a parlare in quel contesto o con quella determinata persona.

    Cosa fare a scuola

    • 1.Proporre modalità alternative di comunicazione. Proporre delle modalità comunicative alternative A TUTTA LA CLASSE, per evitare che il bambino si senta diverso.I bambini con MS non amano sentirsi al centro dell’attenzione, per cui proporre al bambino una strategia alternativa alla comunicazione verbale, mettendolo al centro dell’attenzione non lo aiuterebbe, ad es.:“Marco tu durante l’appello puoi anche solo alzare la mano”, lo aiuta poco, mentre invece dare una regola generale del tipo “Chi vuole rispondere può dire ‘ Presente’ oppure alzare la mano” è una strategia molto più “inclusiva”
     
    • 2.Accoglierlo per quello che è. Cercare di “dimenticarsi” del fatto che lui non parla. Il compito dell’insegnante non è quello di farlo parlare, rinunciaci, o sentirà la tua aspettativa su di sé. Lui/lei sa già parlare e a casa parla anche tanto! Il compito dell’insegnante è di farlo sentire accolto NONOSTANTE non parli, di dargli la possibilità di apprendere e di dimostrare di aver appreso NONOSTANTE NON POSSA FARLO ORALMENTE
     
    • 3.Rinuncia all’idea di farlo parlare. Non forzare mai il bambino a parlare! Ricordarsi che i bambini con MS sono molto molto molto sensibili alle aspettative, questo è il loro problema centrale. Sanno cogliere molto bene la “tensione emotiva” dell’altro, anche positiva, che si aspetta qualcosa daPer cui se tu sei centrato sul fatto che lui non parla e tenti in qualche modo di farlo parlare, anche se non direttamente, lui se ne accorgerà e si chiuderà ancora di più. Rinuncia al desiderio di farlo parlare!
     
    • 4.Ripetiti che lui va bene così. E’ difficile, lo so, ma importante ripetere a se stessi più e più volte “Non è mio compito farlo parlare, non è un problema il fatto che non parli, o cmq non sono io a doverlo risolvere qui. Lui va bene anche se non parla, lui ha il diritto di essere come è”. Se riuscirai a fare realmente tua questa convinzione, non hai idea di quanto bene starai facendo al piccolo senza parole.
  • Includere con la LIM

    LIMdi Laura Dominijanni

    Le classi di oggi sono gruppi composti  da “diversità” sempre più evidenti: economiche, sociali, culturali, fisiche, cognitive. Affinché diventino una ricchezza, però -come si sente ormai dire a mo’ di slogan ed è effettivamente auspicabile che sia!-  è necessario che vengano “viste” e valorizzate. 

    A scuola questo vuol dire in primo luogo utilizzare una didattica inclusiva, affinché a ciascun alunno sia data la possibilità di partecipare appieno sia al processo di apprendimento che al contesto sociale e relazionale della classe, portando la propria diversità come una risorsa che – mi sia concesso il gioco di parole – può fare la differenza. Questo è un ulteriore passo in avanti rispetto alla logica dell’integrazione, che punta invece a “portare” l’alunno con disabilità dentro al gruppo dei presunti “normodotati”: le diversità (certificate e non) sono tante e richiedono un contesto che possa includerle, in cui avere cioè uno spazio di espressione e a cui dare esse stesse forma. La recente normativa sui  Bisogni Educativi Speciali (direttiva ministeriale del 27/12/2012) come sappiamo, punta proprio ad ampliare il range delle situazioni a cui prestare attenzione e a cui offrire, quindi, risposte didattiche “personalizzate”.

    Ora, gli inseganti chiedono continuamente e giustamente: “come e cosa fare” nella prassi quotidiana in classe? 

    Può sembrare difficile, o comunque molto faticoso, trovare strategie che includano tutti gli alunni nel processo di apprendimento e socializzazione. Eppure esistono diversi possibili strumenti!  

    Qui prendiamo in considerazione la LIM: negli ultimi anni, tramite iniziative nazionali di carattere ministeriale o iniziative locali, ne  sono state installate nelle scuole italiane alcune migliaia. Nonostante ciò, si tratta di uno strumento ancora poco usato e conosciuto nelle sue enormi potenzialità. 

    COS’E’ E COME SI PUO’ USARE LA LIM?

    La LIM è una superficie interattiva sulla quale – grazie al collegamento con un proiettore – viene riprodotta l’uscita video di un computer. Non si tratta dunque di una lavagna semplicemente “più comoda” della tradizionale superficie di ardesia: la sua particolarità è che, tramite metodologia “touch screen”, consente ad alunni e insegnanti di interagire direttamente con i contenuti (testi, video, immagini, etc.) che appaiono sullo schermo. 

    Con la LIM, se adeguatamente utilizzata, in una logica inclusiva, si può:

    • facilitare l’attenzione e la partecipazione degli alunni (specie quelli con BES, ma non solo: anche i cinestesici, per esempio, possono trarre beneficio dalla maggiore “fisicità” del mezzo); 
    • realizzare attività didattiche individualizzate per alunni BES, attraverso azioni di sostituzione (es.: uso di canali comunicativi alternativi a quello deficitario) facilitazione e semplificazione dei materiali (uso di mappe cognitive, immagini significative, etc.), anche in collaborazione con i compagni di classe;
    • facilitare operazioni metacognitive di riflessione (individuale o in gruppo) sul proprio operato, grazie alla possibilità di archiviazione e recupero dei lavori svolti (salvati in appositi file);
    • promuovere l’apprendimento cooperativo e sociale, grazie al contesto corale in cui si colloca e attraverso lavori in piccoli gruppi o coppie.

    Dunque un alunno audioleso potrà essere “raggiunto” da testi, immagini, video e interagire con essi; un alunno con ADHD potrà gratificare il proprio bisogno di uscire dalla staticità della lezione frontale seduto al banco, “manipolando” i contenuti proposti; un bambino DSA potrà compensare la difficoltà di lettura con l’utilizzo di programmi di sintesi vocale; un alunno “normodotato” potrà sperimentarsi nel ruolo di tutor accrescendo la propria autostima; ciascuno potrà esercitare le proprie capacità autoriflessive guardando il lavoro svolto. 

    In altre parole, la LIM non è un semplice strumento di presentazione di contenuti, bensì uno spazio in cui i materiali possono essere modificati, completati, smontati, elaborati, problematizzati… Le potenzialità applicative sono enormi, per tutte le materie: gli alunni sono chiamati ad interagire con i contenuti, con lo strumento e tra di loro.  

    Inoltre la lavagna Interattiva Multimediale ha l’enorme vantaggio di utilizzare codici comunicativi “naturali” per i cosiddetti “nativi digitali”!

    Ovviamente, come tutti gli strumenti, c’è il rischio che venga mal utilizzata o “abusata”: per esempio se l’insegnante propone un uso eccessivo di collegamenti ipertestuali e ipermediali che sovraccaricano i processi attentivi o se viene proposta come risorsa “specifica per” alunni con difficoltà (es.: laboratori di recupero per i DSA), andando così a sancire la diversità invece di includere le differenza di tutti in una didattica comune.

    In altre parole, per quanto paradossale, la logica deve essere “diversificare per unire” e non per isolare ed etichettare!

    Gli insegnanti hanno dunque tra le mani uno strumento dalle enormi potenzialità.

    Due gli aspetti che invitiamo a non trascurare per sfruttarlo al meglio:

    – fare percorsi di formazione per imparare a usare la lim

    – prevedere una rigorosa programmazione condivisa tra docenti curriculari e di sostegno 

    Detto ciò…buon lavoro interattivo e multisensoriale a tutti! 😉

  • Bambini Oppositivi e Provocatori. Le emozioni dell’educatore!

    DOPdi Anna La Prova

    Bambini che sfidano l’autorità, che sembrano provare piacere nel far del male agli altri o nel provocare reazioni esasperate. Bambini che infrangono deliberatamente le regole e che spesso sono esclusi dai compagni e dai giochi, ma questo non sembra scalfirli per niente.

    La punizione viene spesso colta come un’occasione per opporsi all’adulto ancora una volta e spesso non sortisce gli effetti che ci aspettiamo, almeno apparentemente. Parliamo di comportamenti che possono rientrare nel Disturbo Oppositivo Provocatorio (DOP), disturbo che si manifesta in età evolutiva, caratterizzata da una modalità ricorrente di comportamento negativistico, ostile e di sfida, che però non arriva a violare le norme sociali né i diritti altrui. E’ inserito nella categoria dei Disturbi da Comportamento Dirompente, e va distinto dal Disturbo della Condotta (DC) e dal Disturbo d’Attenzione Iperattività (DDAI) con i quali può avere caratteristiche in comune.

    Per poter dire che un bambino è affetto da Disturbo Oppositivo Provocatorio (DOP), occorre però una attenta analisi psicologica e neuropsichiatrica. Certi comportamenti oppositivi e provocatori, infatti, sono tipici di alcune fasi evolutive e si possono riscontrare in tutti i bambini perlomeno in alcune fasi o momenti dello sviluppo.
    Quando però siamo in presenza di un disturbo, certe caratteristiche che possono essere comuni, diventano esasperate, presenti per la maggior parte del tempo e per molti mesi (se non anni), tanto da compromettere l’inserimento sociale e scolastico del bambino. Come sempre il primo indizio da valutare, per capire se ci troviamo di fronte ad disturbo, è notare se il primo ad esserne “disturbato” è il bambino stesso.

    Cercare di gestire i comportamenti di un bambino con Disturbo Oppositivo Provocatorio (DOP) è difficile e spesso fonte di stanchezza, rabbia, frustrazione ed è proprio qui il primo punto da tenere sott’occhio (la nostra reazione emotiva), per cercare di aiutarlo ad “uscire” dal tunnel in cui lui stesso si è cacciato.

    Ebbene si, perché al contrario di quanto si possa pensare ad uno sguardo superficiale e poco informato, i bambini con DOP non sono affatto felici di essere isolati dagli altri e di essere considerati dei “bulli”. In realtà loro sono i primi ad essere infelici e poco sereni per i loro comportamenti. Hanno una bassa autostima e si relazionano agli altri a partire da un pregiudizio profondamente radicato su se stessi e sul mondo “Tanto nessuno mi può soffrire, tanto vale attaccare per primo”. Somiglia a questa frase il ragionamento inconsapevole che un bambino con DOP fa a se stesso ed è proprio questo che dobbiamo cercare di avere presente nel tentare di aiutarlo.

    • Probabilmente già conosciamo alcuen strategie in merito, come:
    • Rinforzare i pochi comportamenti positivi,
    • stabilire chiare e semplici regole
    • prevedere conseguenze positive o negative quando vengono rispettato o infrante
    • Cercare di essere coerenti: se si è stabilito un premio o una punizione è bene applicarli!

    Ma ciò su cui voglio porre l’attenzione in questo articolo è il tuo vissuto emotivo da genitore o educatore.

    Come dicevo prima, infatti, emozioni come rabbia, frustrazione, senso di impotenza, possono essere frequenti e possono porre il genitore, o l’insegnante, in un atteggiamento che definirei di “ostilità di fondo inconsapevole”. Questo potrebbe portarci a cogliere sempre come sfida personale i comportamenti del bambino, in realtà ciò che il bambino in qualche modo vuole non è tanto sfidare, quanto “testare” l’affetto dell’altro. In qualche modo è come se dicesse “Vediamo se mi ami davvero, vediamo se mi vuoi ancora bene anche se sono così odioso e insopportabile, vediamo se mi resti accanto anche se ti faccio i dispetti!”.

    E’ chiaro che non è facile relazionarsi con qualcuno che mette in atto questi “test” inconsapevoli, ma saperlo può aiutarci molto ad avere una visione totalmente diversa delle cose.

    Cosa fare?
    Volendo sintetizzare dovresti:

    • 1. ripetere a te stesso/a che il comportamento del bambino non è una sfida personale contro di te, ma che sta disperatamente cercando di capire se può fidarsi realmente del fatto che tu non lo abbandonerai
    • 2. ricordarti che è lui per primo a non sopportarsi e a pagare le conseguenze del suo comportamento
    • 3. non cadere nelle provocazioni, semplicemente applica le conseguenze concordate rispetto ad un comportamento negativo. Ricordati che se hai stabilito una conseguenza (ad es. se picchi il compagno, devi stare seduto sulla sedia di raffreddamento per almeno 3 min), è importante che tu sia sicuro che sarai in grado di farla rispettare. Evitare assolutamente di promettere un premio o una punizione che poi non si è in grado di far rispettare
    • 4. Applicare la punizione (che preferisco chiamare “conseguenza”) comunicandola con dispiacere e MAI CON RABBIA, il bambino deve sentire che sei realmente dispiaciuto di doverlo punire e non che ne sei soddisfatto, deve capire che avresti preferito evitare, ma sei costretto perché lui capisca bene il tipo di conseguenze che può avere un certo suo comportamento, oppure perché se continua può farsi del male o farne ad altri!
    • 5. Infine ricorda che “Il bambino che ha più bisogno di amore, lo chiederà nei modi meno amorevoli”

    Spero di averti dato qualche informazione utile. Fammi sapere cosa pensi di questo articolo

  • Bambini con Disturbo Oppositivo-Provocatorio. Capire per Intervenire!

    DOP2di Laura Dominijanni

    Genitori e insegnanti si trovano sempre più spesso alle prese con bambini “difficili”. In quest’occasione pensiamo, in particolare, a quelli che esibiscono un comportamento oppositivo-provocatorio, che può iniziare a presentarsi già dai 3 anni ma che diventa in genere più evidente e “problematico” con l’ingresso a scuola, quando aumentano cioè le richieste di adattamento alle regole

    Questi bambini: 

    •  litigano frequentemente con i pari
    • sfidano richieste e limiti posti dagli adulti
    • sono collerici, accusano gli altri se rimproverati, mostrano rancore e offendono 

    In classe hanno una gran maestria nel fare andare a  monte  qualsiasi  tipo di  attività,  anche  se  ben organizzata: scatenano risate generali, innervosiscono i compagni, assumono un atteggiamento di passivo rifiuto o di sfida aperta nei confronti degli insegnati. Inoltre, volendo sempre stare al centro dell’attenzione, hanno difficoltà anche nel contesto ludico: faticano nella collaborazione di squadra e nel rispettare l’alternanza dei turni.

    Se la modalità comportamentale ostile si presenta in modo ricorrente e per almeno 6 mesi la si può definire come un vero e proprio disturbo. In ogni caso, anche di fronte a una forma “non clinica”, le questioni che si presentano all’adulto sono le stesse: come estinguere o far diminuire i comportamenti problematici che, come facilmente immaginabile, producono una compromissione del funzionamento scolastico e sociale e, quindi, anche problemi di autostima nel bambino? In altre parole: cosa fare?

    E’ evidente che prendersene cura è molto difficile: sono causa di stanchezza, di scoraggiamento e di frustrazione per chiunque cerchi di instaurare con loro un rapporto. 

    Eppure genitori e insegnanti hanno degli strumenti a cui ricorrere, esistono delle STRATEGIE!

    Partiamo da cosa non fare, ossia da alcuni “errori educativi” comuni, da evitare perché possono facilitare l’insorgenza  o il mantenimento di condotte oppositivo-provocatorie:

    • permissivismo: la mancanza di regole definite impedisce al bambino di capire quali saranno le risposte dell’adulto alle sue azioni;
    •  
    • incoerenza: alternare punizioni e ricompense senza una ragione chiara, lasciandosi condizionare dal proprio stato d’animo (piuttosto che dall’oggettivo comportamento del bambino) lo disorienta;
    •  
    • iperprotezione:il controllo genitoriale eccessivo ostacola la crescita socio-cognitiva del bambino che, insicuro, può reagire con atteggiamenti di ribellione e sfida dell’autorità adulta;
    •  
    • uso eccessivo delle punizioni: ponendosi come modello d’apprendimento, la punizione rafforza la tendenza del bambino a risolvere i conflitti e imporre la propria volontà attraverso l’aggressività.

    E ora, cosa fare:

    • concordare e far rispettare poche regole chiare che tutti dovranno osservare in casa o a scuola,  evitando la forma negativa (es.:  “parlare a voce bassa” invece di “non gridare”);
    •  
    • preferire i premi (per i comportamenti positivi, anche piccoli, che conducono alla condotta desiderata) alle punizioni e darli in breve tempo, altrimenti l’effetto comportamentale svanisce; 
    •  
    • scegliere le punizioni (comunque mai fisiche) solo per comportamenti molto gravi (esplicito danno verbale o fisico agli altri); 
    •  
    • preferire sempre la perdita di un privilegio (es. uscire o usare il pc) alla punizione (es. fare qualcosa di spiacevole); 
    •  
    • ignorare le “esibizioni” del bambino, ossia rimuovere il rinforzo derivante dall’attenzione degli “spettatori”; 
    •  
    • spiegare al bambino le motivazioni che rendono inadeguata la sua condotta, senza formulare giudizi (per non gravare sulla sua già bassa autostima) e suggerire modalità alternative indicandone i vantaggi;
    •  
    • individuare e agire sugli antecedenti del comportamento problematico (attenuare o modificare l’esposizione alle situazioni che normalmente conducono a comportamenti oppositivi).
    •  

    Insomma, in sintesi, ogni comunicazione (regole, comandi, rimproveri) deve essere data nel modo più possibile diretto, chiaro e semplice, senza formulare giudizi sulla persona (per es. “avevamo stabilito questa regola, tu l’hai infranta, quindi, come avevamo stabilito devi rinunciare a questo” invece di “sei stato cattivo, ora niente tv!”; oppure “bravo, hai apparecchiato la tavola senza fartelo ripetere due volte, ti meriti un premio”, invece di “bravo, oggi ti sei comportato bene”). Inoltre, è possibile pensare di strutturare un programma a punti, guadagnati e persi in funzione di premi e punizioni. In quest’ultimo caso, però, è particolarmente importante che l’adulto assicuri al bambino la massima coerenza e impegno nel monitorarne il comportamento. 

    Questi “terribili” bambini hanno insomma bisogno di limiti chiari entro cui muoversi, di sperimentare che possono essere gratificati e ricevere riconoscimento (affettivo e sociale) quando agiscono comportamenti positivi e di aggregazione. Hanno cioè bisogno di aumentare la propria autostima attraverso la relazione con l’altro e la costruzione di legami duraturi su cui far affidamento (invece di distruggerli). In questo percorso gli adulti hanno un ruolo fondamentale. 

    Buon lavoro!

  • Includere gli alunni con BES con il Circle Time

    di Laura DominijanniCircleTime

    Sono sotto gli occhi di tutti i grandi mutamenti che la complessità sociale ha portato nella scuola: sono cambiati gli alunni e le problematiche presentate, ma anche le loro famiglie, l’organizzazione scolastica, etc. Si modificano quindi i contenuti e la didattica ma, soprattutto, alla scuola come istituzione si chiede oggi qualcosa di nuovo e complesso: che fornisca un’educazione a tutto tondo, favorendo una crescita globale dell’alunno! In un simile contesto gli insegnanti si trovano sempre più spesso con la sensazione di avere pochi strumenti, “schiacciati” tra crescenti complessità burocratico-organizzative e difficoltà di gestione delle “nuove” classi. Le problematiche più frequentemente riportate sono:

    difficoltà di ascolto (gli alunni si distraggono o non rispettano i turni di parola);

    gestione di alunni con comportamenti più o meno sintomatici (che esprimono, quindi, un bisogno di “farsi vedere” tanto dagli insegnanti quanto dai compagni che va decodificato e canalizzato);

    –  alunni poco partecipativi (che tentano di “passare inosservati” o di omologarsi).

    Dunque, se è sempre più evidente che la scuola sta attraversando una fase di cambiamento importante (in cui -non lo dimentichiamo- si inseriscono anche la legge 170/2010 sui DSA e la recente normativa riguardante gli alunni con BES…), lo è altrettanto la convinzione che essa non può affrontarla con strumenti e strategie didattiche ed educative “vecchio stile”. Il modello di insegnamento frontale che centralizza la figura del docente offrendo a tutti gli alunni lo stesso tipo di stimoli è chiaramente inefficace per coinvolgere adeguatamente ogni studente (l’iperattivo, il disabile, il timido, etc.) nella lezione e vita di classe; sono necessarie piuttosto metodologie didattiche ed educative inclusive che favoriscano le competenze individuali, valorizzando le risorse e le differenze di ciascuno. Sono necessari “spazi” diversi, che pur facendo i conti con la ristrettezza di risorse economiche, si configurino come risposte possibili.

    Il circle-time è una di queste! 

    Ovviamente muoversi verso qualcosa di ancora non ben conosciuto può costare fatica, ma crediamo che l’unico modo per superarla sia guardare da vicino la novità fino a sperimentarla in prima persona. 

    Il circle-time si configura come un agile ma potente strumento per la promozione del benessere e dell’inclusività in classe. Dare a ogni alunno la possibilità di contribuire a un processo di gruppo all’interno di uno spazio e di un luogo appositamente costruiti, può essere un primo passo per far sperimentare a ciascuno – all’interno di una cornice protetta- qualcosa di nuovo, da poter poi “portare fuori” in altri contesti.  

    Il punto di partenza per l’utilizzo di un simile strumento è la convinzione che tutti noi abbiamo potenzialità diverse e che ognuno (sia un alunno con BES o meno), nella sua diversità merita, soprattutto a scuola, di essere riconosciuto, fortificato, gratificato, valorizzato e migliorato.

    Cos’è e come si svolge un circle-time? Si tratta di un metodo di lavoro, pensato per facilitare la comunicazione e la conoscenza reciproca nei gruppi. In ambito scolastico trova un’ottima applicazione: gli alunni si posizionano su sedie disposte in cerchio, cosicché ciascuno possa vedere ed essere visto da tutti, lasciando libero lo spazio al centro, sotto la guida di un adulto (preferibilmente un insegnante della classe). La comunicazione avviene secondo regole condivise all’inizio e finalizzate a promuovere l’ascolto attivo e la partecipazione di tutti (può essere utile, per esempio, stabilire che i turni di parola siano ritualizzati dal passaggio di un oggetto). Il “tempo del cerchio” ha una durata fissa all’interno della quale possono essere proposte delle attività strutturate guidate dall’insegnate oppure lasciata libertà di discussione (a seconda della fase del gruppo e delle specifiche esigenze della classe) su tematiche proposte dagli stessi alunni. All’interno del cerchio, l’insegnante ricopre il ruolo di facilitatore della comunicazione evitando di assumere posizioni centrali (per esempio fornendo soluzioni o risposte agli alunni): l’obiettivo è facilitare la cooperazione fra tutti i membri del gruppo-classe, la creazione di uno spazio in cui ciascuno è incluso e chiamato a partecipare, sebbene con le proprie modalità e i propri tempi, in modo da soddisfare sia il proprio bisogno di appartenenza che di individualità.

    E’ importante che la cadenza del circle-time sia fissa, affinché la classe abbia la sicurezza di avere un suo spazio di gruppo e impari quindi ad usarlo, a seconda dei bisogni che andranno emergendo di volta in volta. Si può pensare a incontri settimanali o quindicinali della durata di 60/75 min, guidati sempre dallo stesso insegnante (che potrebbe essere quello di sostegno) o meno. L’importante è che ci sia una programmazione, ossia che il gruppo docente senta questa attività come parte integrante della vita di classe (al di là di qual è l’insegnante che la porta avanti) e che, fungendo da “mente di gruppo”, la pensi ed elabori: una strategia che può aiutare gli insegnanti a lavorare meglio è proprio l’organizzazione di spazi in cui condividere l’esperienza in corso che, quindi, diventerà un’attività che riguarda l’intero corpo docente, un’opportunità per tutti.

    La prassi ci dice che gli alunni si appassionano a quello che sperimentano come un piacevole e necessario momento di confronto,  tanto da chiedere loro stessi che venga fatto e che le regole siano rispettate. 

    Dunque il circle-time:

    • Consente agli alunni di esprimersi e conoscersi meglio, valorizzando le differenze
    • Facilita l’inclusività 
    • Permette agli insegnanti di conoscere meglio i propri studenti e la classe
    • Può essere uno strumento di prevenzione e gestione della conflittualità 

    La scuola si muove così non più solo in direzione del  “sapere” e del “saper fare” ma anche e soprattutto verso il “saper essere”.

    Articolo redatto dalla Dr.ssa Laura Dominijanni, il 22/12/2013

     
  • ADHD. Come allenare l’autocontrollo

    bambini-iperattivi-e-pesticidi

    di Anna La Prova

    Uno dei problemi principali dei bambini che fanno fatica ad autoregolarsi, sta nella difficoltà a prevedere
 ciò che succedera’, ossia di immaginarsi in anticipo
ciò che può avvenire dopo che hanno fatto o detto qualcosa.

    Ebbene l’autoregolazione si può allenare, se il bambino viene 
aiutato a prevedere ciò che accadrà, in modo da abituarlo 
a riflettere prima di agire.

    Un modo per aiutarlo a prevedere è di creare una routine,
 
ossia di organizzare la sua giornata in modo che ci sia una certa 
regolarità, questo lo aiuterà a prevedere
e a non fare richieste “fuori luogo”.

    Oltre a questo è importante che tu lo aiuti a riflettere su di sè
 e su ciò che sta per fare o che ha appena fatto,  
in modo che “alleni” il suo pensiero 
a prevedere e anticipare le conseguenze delle azioni. 


Ti faccio un esempio: prima di iniziare un compito o un’attività
di gioco potresti chiedergli “Marco,
 secondo te questo gioco/compito che stai per fare,
 sarà facile o difficile? Cosa secondo te può essere facile,
cosa difficile?” .

    Durante il compito stesso puoi chiedergli “Come sta andando? 
quali sono le difficoltà?” e alla fine “Come è andata? 
Secondo te cosa è andato bene e cosa male? 
Cosa puoi fare la prossima volta per migliorare, secondo te?”




.

    Se il bambino è piccolo puoi cominciare con qualche
 domanda molto semplice del tipo “Ti è piaciuto?”
 “E’ stato facile? come mai secondo te?” , 
se il bambino è più grande puoi approfondire le domande.

    Questo è un lavoro che favorisce quella che in psicologia
si chiama Metacognizione, ossia la capacità di riflettere su stessi 
che ci aiuta ad autoregolarci e a migliorare.

    Provaci e poi fammi sapere come è andata : )