Autore: centrostudioforepsy

  • Apprendimento Cooperativo e Intelligenze Multiple. Strategie di didattica inclusiva

    Apprendimento Cooperativo e Intelligenze Multiple. Strategie di didattica inclusiva

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    Rivolto a insegnanti di ogni ordine e grado
    (anche con carta del docente. Codice ID su PIATTAFORMA SOFIA: 46675)

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  • Disturbi Specifici dell’Apprendimento. Cosa fare a scuola

    Disturbi Specifici dell’Apprendimento. Cosa fare a scuola

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    Rivolto a insegnanti, psicologi e altri professionisti
    (anche con carta del docente. Codice ID su PIATTAFORMA SOFIA: 3376)
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  • Bambini oppositivi e provocatori. Come gestirli con il metodo 7step

    Bambini oppositivi e provocatori. Come gestirli con il metodo 7step

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    Rivolto a insegnanti, educatori, professionisti della salute mentale
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  • Troppo Intelligenti! bambini e ragazzi gifted. Tutto ciò che devi sapere, fare, evitare.

    Troppo Intelligenti! bambini e ragazzi gifted. Tutto ciò che devi sapere, fare, evitare.

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    Rivolto a insegnanti, genitori, professionisti della salute mentale
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  • Ansia e Paure in bambini e adolescenti.

    Ansia e Paure in bambini e adolescenti.

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    Rivolto a insegnanti, genitori, professionisti della salute mentale
    (anche con Carta del Docente: codice ID su piattaforma SOFIA 42062)
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  • CORONAVIRUS e la mossa del T-Rex: quando fermarsi è necessario

    CORONAVIRUS e la mossa del T-Rex: quando fermarsi è necessario

    di Jennifer Virone

    Nella vita di tutti i giorni stare fermi viene spesso associato a qualcosa di negativo, da evitare. Se stiamo fermi non facciamo errori ma non scopriamo neanche nulla di nuovo, non corriamo rischi ma non mostriamo nemmeno coraggio. Addirittura Dante nella Divina Commedia “condanna” questo stile di vita: gli ignavi sono coloro che non hanno mai agito e che per questo sono condannati a vagare senza sosta. Muoversi è la punizione infernale destinata a chi non si è mosso in vita.

    Senza dover ricorrere all’Inferno di Dante possiamo comunque osservare che quando si sta fermi la vita sembra più monotona, ci si può annoiare e sentire prigionieri della propria routine. Ci si protegge allora coltivando passioni, proteggendo sogni, costruendo progetti. Muovendosi, per non restare immobili.

    A volte bisogna però capovolgere le prospettive…

    Prendiamo spunto dal film “Jurassic Park”: il T-Rex è un animale gigantesco e terrificante, il suo morso è potentissimo e la sua forza distruttiva. Vedendolo si muore di paura, si crede di non avere scampo. Eppure il T-Rex ha un punto debole: vede solo quello che si muove, sente gli odori ma non vede bene. Può percepire lo spostamento di calore e di energia ma se si resta fermi si è al riparo.

    Possiamo associare il coronavirus ad un pericoloso T-Rex. Non è forse terrificante? La capacità di diffusione non lo rende anche gigantesco? La sua potenza non può essere considerata distruttiva? Può ferirci e sicuramente spaventarci molto. Davanti ad una situazione di tale portata ci sentiamo inermi e possiamo perdere la lucidità.

    L’unica arma a disposizione è quella che potremmo definire creativamente “mossa del T-Rex”: dobbiamo stare fermi. Questa soluzione può sembrare assurda, farci sentire ancora più impotenti, ma così come nel film di Spielberg, qui la strategia vincente diventa non muoversi. Con la differenza che tutto questo per noi è reale.

    Non è una situazione di facile comprensione per gli adulti, figuriamoci per i più piccoli. Vediamo qualche utile esempio per spiegare l’importanza di stare fermi anche a loro.

    • La tartaruga, quando deve proteggersi o andare in letargo, ritrae zampe e testa nella corazza, resta chiusa nella sua “casa” e in questo modo si sente al sicuro.
    • Restare in casa è come giocare a “un due tre…stella”: mentre il capogioco conta di spalle, i giocatori possono muoversi; devono immobilizzarsi quando questi si volta a guardarli, pena il tornare al punto di partenza. È come se in questo momento ci trovassimo nella fase “stella”: chi riesce a stare fermo fino alla fine vince il turno; chi si muove, invece, torna indietro.

    Certamente, occorre tenere presente che la vita in quarantena può amplificare i contro dello stare fermi: monotonia, noia, routine asfissianti. È bene però sottolineare che dobbiamo stare fermi solo fisicamente. Possiamo ancora continuare a proteggerci dedicandoci alle passioni e ai progetti.
    Da dove iniziare?

    • Pianifica e scandisci le tue giornate, individuando momenti per lavorare, studiare o sistemare casa e altri dedicati al relax;
    • Non dimenticare che anche se stai fermo/a, il tuo corpo continua a esistere: prenditene cura;
    • Datti degli obiettivi: promuovi la tua professione, segui un programma di allenamento fisico, declina un hobby in un progetto concreto. Scegli l’obiettivo che fa per te e trova la strada per perseguirlo;
    • Chiedi aiuto se hai bisogno: non potersi incontrare con gli altri non significa non poter contare su nessuno.

     

     

     

     

     

     

     

  • Coronavirus. Gestisci le emozioni spiacevoli con le 4 C

    Coronavirus. Gestisci le emozioni spiacevoli con le 4 C

    di Maria Caccetta

    C’e tanto da vivere in un momento di dolore, quanto in uno di gioia (Strosahl)

    Il termine connessione, da latino connectĕre ‘connettere’, assume diversi significati, in senso generale è inteso come un legame di stretta relazione e interdipendenza.  Oggi al tempo del Covid 19, in cui siamo chiamati a rinunciare alla nostra socialità vis-à-vis, a modificare radicalmente le nostre abitudini, la nostra routine, il termine connessione può  assumere un ruolo fondamentale. C’è da fare i conti con diverse emozioni, molte spesso percepite come spiacevoli, come paura, ansia, tristezza, noia e con l’affiorare alla mente di pensieri catastrofizzanti, negativi, disfunzionali e abbiamo bisogno di Connessione.

    Ti starai chiedendo,

    Cosa  intendi per connessione?

    Il termine connessione, cosi come inteso in questo articolo, deriva dall’ACT (L’Accceptance and Commitment Therapy), terapia basata sull’accettazione e sull’impegno, che fa parte delle terapie cognitivo comportamentali di terza generazione, e negli ultimi 30 anni moltissime sono le evidenze scientifiche che ne hanno dimostrato l‘efficiacia nella gestione e regolazione emotiva (Hayes, S. C., Luoma, J., Bond, F. W., Masuda, A., Lillis, J. 2006). Nell’ACT il termine connessione è inteso come «contatto con il momento presente. Significa essere pienamente consapevoli dell’esperienza nel “qui e nell’ora”, pienamente in contatto con ciò che si sta facendo, profondamente connessi con il momento presente (riferimenti bibliografici). Capacità quest’ultime fondamentali per gestire al meglio la situazione d’emergenza determinata dal COVID 19 e preservare il benessere psicologico di ognuno.

    Come posso gestire al meglio questo momento difficile che stiamo affrontando?

    Connettendoti a 4 c, come ho titolato questo articolo, che ho scritto con l’auspicio di fornirti spunti e suggerimenti da inserire nella cassetta degli attrezzi che adoperi in situazioni di necessità, come questa che stiamo affrontando. E quindi:

    1. Connettiti con le persone vicine e lontano
    2. Connettiti con il tuo corpo, con le tue sensazioni
    3. Connettiti con l’ambiente intorno a te
    4. Connettiti con i tuoi valori

    Nello specifico:

    1.Connettiti con le persone vicine e lontano

    In un momento delicato come questo, in cui il COVID 19 ci impone di restare a casa ed essere distanti,  è facile cadere nella trappola del “sono solo-mi sento solo” a cui si accompagna spesso  uno stato di profonda solitudine. Ringrazia la tua mente per questi pensieri e riporta il focus della tua attenzione a ciò che puoi fare per connetterti con le persone care.

    Come ?

    Pensa a tutti i modi che hai per connetterti con loro. Nell’era che stiamo vivendo dominata dal digitale, abbiamo tutti un pc o uno smartphone, per cui: connettiti utilizzando i social, fai delle chiamate o videochiamate, manda un sms o un whazzapp. Connettiti anche a quelle persone che per via degli impegni, magari senti meno frequentemente e che sono però importanti per te. Connettiti con le persone a te care preparando qualcosa per loro, un dolce, un buon piatto, guarda sul tuo cellulare le foto dei bei momenti che avete condiviso insieme e inviane una, o ancora cerca dentro casa, in quel cassetto che non apri mai, qualcosa che ti ricorda di esperienze vissute insieme (biglietto del cinema, del concerto, scontrino della cena tutti insieme e tanto altro ancora). Scrivi un messaggio di ringraziamento che vuoi dedicare ad una persona a te cara e faglielo recapitare. Se hai figli gioca con loro, pensa e progetta delle attività da fare insieme, e quando lo fai connettiti pienamente, lascia ogni cosa e dedicati interamente a quell’attività/gioco scelto insieme. E se quello a cui vuoi connetterti è una persona cara che non c’è più, e non stai uscendo per andare a trovarla al cimitero, per evitare quanto più possibile di uscire di casa, nel rispetto di quanto richiestoci dal DPCM del 11 marzo, connettiti da casa. Pensala, ripercorri esperienze positive vissute insieme, raccogli delle foto che hai sul cellulare, sul pc, e fai un album o u video virtuale. Parlane al telefono con qualcuno, condividi questo tuo bisogno, apriti.

    1. Connettiti con il tuo corpo, con le tue sensazioni

    Connettiti con il tuo corpo con le tue sensazioni, vuol dire porta tutta la tua attenzione su ciò che sta avvenendo dentro di te in questo preciso istante. Non sarà facile, lo so, la mente divaga. Il divagare della mente è definito “mind wondering” (mente vagobonda), nel senso che vaga continuamente tra mille pensieri, ed  è tutto normale, vuol dire la tua mente funziona bene. Quante volte siamo alla scrivania o sul divano, intenti nel nostro lavoro o nella lettura del nostro libro e, senza consapevolezza né intenzione, iniziamo a vagare col pensiero: E’’ insopportabile questa situazione? Che pensano i colleghi, gli amici di tutto ciò ? Andremo in vacanza quest’estate? non riusciremo ad uscircene! Semplicemente nota la distrazione che stia avendo e riaccompagna la tua attenzione alle sensazioni che stai sperimentando nel tuo corpo ora.

    Come

    Fai l’esperienza ora, connettiti con il tuo corpo (tratto da la Trappola della felicità, di Harris): nota come tieni le braccia, le gambe e la posizione della tua colonna vertebrale. Esamina l’interno del tuo corpo dalla testa alla punta dei piedi, nota la sensazione nella testa, nel torace, nelle braccia, nell’addome e nelle gambe. Chiudi gli occhi e fallo ora. Cosa noti? Prova a farlo ogni giorno, noterai come l’abilità di connessione ti aiuterà a gestire meglio questa esperienza eccezionale, diversa che stiamo tutti affrontando e in generale ti aiuterà a gestire meglio le esperienze dolorose della vita. La mindfulness – le pratiche meditative, possono essere un valido supporto per imparare a connetterti con le sensazioni del corpo.  La mindfulness, secondo Kabat Zinn, è la consapevolezza che emerge prestando attenzione, in modo non giudicante allo scorrere dell’esperienza nel presente, momento dopo momento (Kabat Zinn, 1990). E’ una pratica articolata sulla meditazione e si sta sempre più espandendo in vari ambiti della società contemporanea grazie agli enormi benefici, basati sull’evidenza scientifica, che la pratica determina sul piano sia fisico che psicologico (Van Dam et al 2018).  Dedica uno spazio ogni giorno alla pratica mindfulness, anche pochi minuti al giorno ti aiuteranno a connetterti con il tuo corpo e le tue sensazioni. Provaci, potrai trovare sul web migliaia di tracce audio che ti possono accompagnare in questa esperienza di pratica meditativa basata sulla mindfulness.

    1. Connettiti con l’ambiente intorno a te

    Connettiti con l’ambiente intorno a te, vuol dire porta tutta la tua attenzione su ciò che sta avvenendo intorno a te in questo preciso istante, abbassando il volume della mente pensante che ti sovraccarica di mille pensieri e concentrandoti unicamente all’ambiente intorno a te, ai suoni, ai rumori, agli odori a ciò che vedi.

    Come

    Immagina di essere un marziano sceso sulla terra che per la prima volta si trova a guardare lo schermo del cellulare o del pc che hai di fronte, nota come la luce si riflette sulla superficie e che effetto fa sulla tua vista, senti lo schermo, o la tastiera del pc sotto i polpastrelli, è ruvido, è liscio?  scorri lentamente con il dito per andare avanti o indietro sull’articolo e presta attenzione alla sensazione sotto le dita, cosa noti? Ora presta attenzione all’ambiente intorno a te? l’aria è ferma o  è in movimento? che rumori senti? Notane almeno 3 (adattamento tratto da Trappola della Felicità, di Hurris). Senz’altro avrai fatto esperienza di sensazioni a cui non presti solitamente attenzione, che pero ti connettono con l’ambiente intorno a te e ti permettono di essere pienamente consapevole dell’esperienza che stai sperimentando. Cerca di farlo ogni giorno per qualche minuto, noterai una maggiore connessione con l’ambiente intorno a te e una maggiore capacità di accogliere e apprezzare quello che c’è intorno a te, in questo momento in cui stiamo facendo i conti con il trascorrere un maggior tempo nelle proprie mura domestiche.

    4.Connettiti con i tuoi valori

    I valori sono i desideri più profondi del nostro cuore, la direzione che vogliamo dare alla nostra vita. Che tipo di persona vuoi essere, che cosa ha valore e significato per te e per cosa vuoi impegnarti in questa vita; come vuoi affrontare le sfide che la vita ti pone difronte, come vuoi rapportarti con il mondo. Ad esempio il desiderio di essere “una persona resiliente”, capace di fronteggiare e riorganizzare positivamente la propria vita di fronte ad un evento negativo e’ un valore e dura tutta la vita. Se ti accorgi che in questo momento, in cui ci troviamo tutti ad affontare una situazione  nuova/insolita, stai smettendo di essere resiliente, e ti abbatti , pensi e ti concentri sugli aspetti negativi, non organizzi il tuo tempo, anzi lo trascorri  a preoccuparti, vuol dire che non stai conducendo la tua vita alla luce di quel valore. Fermati, pensa ai tuoi valori a connettiti con loro.

    Come

    Pensa ai tuoi valori, vuol dire individua le tue bussole e fai delle azioni che ti permettono di vivere secondo i tuoi valori. Se ti senti bloccato o stai rimandando dell’azioni, fermati un attimo. Prendi foglio e penna e organizza il tuo tempo, poniti degli obiettivi realistici da realizzare in questo momento in cui hai tanto tempo a disposizione.

    Per esempio:

    Valori Obiettivi
    Aiutare gli altri

     

     

     

     

    Saper reagire alle situazioni della vita-essere resiliente

    Chiamo una persona cara

    Scrivo un messaggio di conforto

    Aiuto i miei figli a fare delle attività

    Aiuto il mio partner a completare un lavoro in cui contava sul mio supporto

     

    Organizzo la mia giornata

    Tutte le volte che mi arrivano pensieri spiacevoli, catestrofizzanti, li noto  e rivolgo l’attenzione a quello che sto facendo

    Pratico mindfulness tutti i giorni per 5 minuti

    Pianifico, progetto delle azioni per il futuro sfruttando questo tempo

    Inizia subito. Parlane con qualcuno di cui ti fidi. Rileggili. Ogni giorno ripassali mentalmente e nota se stai facendo quanto hai programmato.

     

    Connettiti a 4 C è un modo per gestire meglio le emozioni che stai sperimentando in questo momento e il tempo che hai a disposizione. Non ti chiedo di credere a quello che ho scritto, io per prima non lo farei se qualcuno me lo dicesse, ti chiedo di sperimentare le esperienze che ti ho qui indicato, impegnandoti attivamente (le attività esperenziali indicate sono  tratte da protocolli basati su evidenze scientifiche) .  Il cambiamento comporta dei rischi. Ti richiede di affrontare le tue paure e di uscire dalla tua zona di comfort (Harris, 2016), di riorganizzarti, porti degli obiettivi. Inizia subito a farlo. Non eliminerai le sensazioni spiacevoli, non è questo l’obiettivo, ma imparerai a farci la pace e magari poi, ma solo poi, riuscirai a guardare quello che ti sta succedendo con occhi diversi.

     

    Buon Inizio

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    dott.ssamariacaccetta@gmail.com

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    Bibliografia

    Russ Harris, La trappola della felicità, (2015) Erickson, collana capire con il cuore;

    Kabat‐Zinn, J. (2003) Mindfulness‐based interventions in context: past, present, and future. Clinical psychology: Science and practice, 10(2), 144-156;

    Van Dam N et al.  (2018) Mind the Hype: A Critical Evaluation and Prescriptive Agenda for Research on Mindfulness and Meditation

    Hayes, S. C., Luoma, J., Bond, F. W., Masuda, A., Lillis, J. (2006). Acceptance and Commitment Therapy: Model, processes and outcomes. Behaviour Research and Therapy, 44, 1-25.

  • Intervista ad un Gifted diventato Prof!

    Intervista ad un Gifted diventato Prof!

    di Jennifer Virone

    La scuola ad oggi è uno dei contesti privilegiati per la crescita dei bambini,  luogo in cui trascorrono la maggior parte del tempo fuori casa. E’ qui che iniziano a costruire le prime relazioni, sviluppano le loro competenze, si sperimentano in mezzo agli altri.

    Proprio per l’importanza attribuita a questo spazio, essa diventa spesso scenario di conflitti, di incomprensioni, di reciproche rivendicazioni tra famiglie e insegnanti. L’aspetto più delicato, ma anche complesso, è quello della mediazione. Si incontrano (e a volte scontrano!) punti di vista così lontani che rischiano di occupare le energie degli adulti di riferimento, creando situazioni di impasse che creano fraintendimenti e paradossalmente allontanano dall’oggetto di interesse: i bisogni del bambino.

    Nel caso dei bambini plusdotati, la questione “calda” è quella del riconoscimento stesso della plusdotazione. Il bambino è plusdotato? E perché se è così intelligente non è in grado di fare quello che fanno gli altri? Una delle prime criticità è proprio questa: comprendere il delicato equilibrio presente tra risorse e fragilità. Si tratta di bambini che hanno doti preziose, che vanno sostenute e adeguatamente utilizzate in classe, ma che possono rimanere nascoste a lungo o addirittura portare a manifestazioni controproducenti, faticose da gestire per un insegnante che deve fare i conti con un’intera classe.

    L’occasione per mettere insieme questi punti di vista è arrivata quando abbiamo conosciuto un insegnante che ha vissuto, da bambino e adolescente, le stesse difficoltà di alcuni degli alunni plusdotati con cui nel tempo si è trovato a lavorare. Abbiamo deciso di fargli qualche domanda per aiutare genitori e insegnanti a capire meglio la plusdotazione e per far sapere agli studenti plusdotati che non sono soli né incompresi.

    Allora, eccoci. Quando hai scoperto la plusdotazione?

    Ho scoperto cosa fosse la plusdotazione intorno ai 16 anni, quando preda di dilemmi esistenziali infiniti, ansie inspiegabili e senso di inadeguatezza, ho deciso (i miei genitori hanno spinto) di andare a fare un colloquio con una psicologa.

    Quando, insomma, queste domande, ansie e paure cominciavano a toglierti energie che avresti potuto dedicare ad altro. Secondo te, perché molti plusdotati si fanno spesso domande esistenziali?

    Quando pensi tanto, ore e ore, tutti i momenti, tendi ad andare in profondità col pensiero, e più vai in profondità più ti avvicini a quelle domande senza risposta: perché esisto? Che senso ha stare qui? C’è l’ha davvero un senso? Credo di aver passato più tempo a chiedermi questo che a dormire.

    Il concatenarsi di tante domande una dietro l’altra può rientrare in quello che chiameremmo pensiero arborescente. Come si può distinguere il pensiero arborescente dalla disattenzione?

    Per chi non ha dimestichezza con i plus, o non è plus a sua volta, può essere complicato da capire, perché un ragazzo che guarda nel vuoto può semplicemente essere distratto; in realtà per un plusdotato un pensiero è solo un trampolino di lancio per altri mille, che a volte diventano stanze chiuse e buie con pareti strettissime e altre immensi spazi tra cui volare e in cui perdersi. Paradossalmente basterebbe chiedergli a cosa sta pensando, io rispondevo sempre “eh…tante cose”.

    A volte accade che queste catene di pensieri rendano molto difficile concentrarsi su qualcosa di specifico, proprio perché la mente di un plusdotato è abituata a viaggiare. E’ un modo di funzionare molto diverso da ciò che spesso viene richiesto a scuola. È possibile per un plusdotato trovarsi bene a scuola? Se sì, qual è il segreto secondo te?

    Dipende, fondamentalmente un plus è un ragazzo come gli altri, quindi se trova dei bravi compagni e degli insegnanti validi si può trovare “bene”, diverso è il sentirsi stimolato e completamente a proprio agio. C’è chi magari tende a nascondere gli strani interrogativi, le emozioni forti, le stranezze; altri magari si chiudono in se stessi. Il problema è che un ragazzino non si rende conto del motivo per cui si sente diverso e semplicemente cerca il miglior modo per essere “normale”. Avere un insegnante attento è un buon punto di partenza.

    A proposito di scuola, accade spesso che la plusdotazione sia associata ad una condizione di “genialità”, a voti brillanti, prestazioni ineccepibili. Non sempre tuttavia un alunno plusdotato è un alunno modello, anzi può vivere con fatica il contesto scolastico. Si può essere molto intelligenti e allo stesso tempo preoccupati per la propria performance?

    Assolutamente si, il problema quando sei molto intelligente è che hai alte aspettative da te stesso. Credo che i plus ad un certo punto si rendano conto di avere quella marcia in più, anche se magari non sanno perché..pensa per uno che si sente sempre un passo avanti quanto fa paura poter rimanere un passo indietro ad altri!

    Ecco che per paura di fallire e disattendere le proprie e altrui aspettative, alcuni studenti preferiscono non impegnarsi, non investire tempo ed energie nella scuola. Questo atteggiamento può suscitare negli insegnanti emozioni di rabbia, impotenza o addirittura diffidenza nelle capacità stesse dell’alunno. C’è qualcosa che oggi, da insegnante adulto, avresti voluto dire ai tuoi insegnanti di un tempo?

    Si, al tempo avrei solo voluto incontrare qualcuno che mi dicesse “Guarda che io lo so come ti senti, cosa provi, quanto provi”, ma per fare questo un insegnante deve essere estremamente attento, perché il plusdotato a volte può sembrare semplicemente uno che non ha voglia di fare nulla, un lavativo. Invece non tutti i ragazzi con la testa tra le nuvole sono distratti, alcuni stanno semplicemente creando qualcosa.

    Talvolta l’alunno plusdotato a non viene riconosciuto, talvolta capita anche il contrario però, cioè che egli non riconosca la figura dell’insegnante. Come può fare un insegnante a farsi rispettare?

    A volte i plus (almeno per la mia esperienza) possono apparire presuntuosi, quindi è complesso rapportarsi con loro perché penseranno sempre di essere un passo avanti a te. Sicuramente un insegnante che interessa il ragazzo con qualcosa di particolare, di diverso, di stimolante ha buone possibilità, ma il top sarebbe trovare un insegnante che ti capisce, che capisce come ti senti e perché, un insegnante che si mette per così dire al tuo livello.

    Ti è mai capitato di accorgerti che un tuo alunno era plusdotato? Come hai fatto a riconoscerlo?

    Si, esattamente quest’anno, M.: primo banco, rompiscatole, logorroico, commentava ogni cosa succedesse in classe, metteva continuamente in discussione l’autorità mia e degli altri colleghi; sbeffeggiante, brillante, movimentato, annoiato dalle lezioni, ricco di domande interessanti e strane. L’ho subito riconosciuto, vedevo il piccolo me stesso proprio lì di fronte a me. L’ho preso sotto la mia ala come avrei voluto che facessero con me, l’ho fatto diventare tutor dei meno bravi della classe, ho consigliato alla madre una valutazione in un centro esperto in plusdotazione ed è venuto fuori che è davvero plusdotato. E’ cambiato radicalmente in ogni atteggiamento. Il M. sbeffeggiante ha lasciato il posto a uno gentile, sensibile, attento e presente.

    Cosa consiglieresti agli insegnanti che hanno a che fare con un bambino o un adolescente plusdotato?

    Come ho detto prima, occhi aperti e cercare di comprenderlo, stimolarlo, aiutarlo a capire che in lui non c’è nulla di sbagliato, che tutto ciò che sente non deve considerarlo un problema ma un dono; ha una lente d’ingrandimento sul mondo e sui sentimenti, deve solo imparare a usarla. Oltre a questo magari consigliare un buon centro in cui parlare con uno psicologo.

    Cosa vorresti dire a tutti quei bambini e ragazzi come te, che ora stanno vivendo un momento difficile?

    Semplicemente non disperare, non c’è nulla di sbagliato in te, tutto quello che pensi, tutto quello che non ti fa dormire, tutte le volte che ti senti diverso, inadeguato, strano; tutte queste cose sono frutto di un dono che nella vita a volte, è vero, peserà come uno zaino pieno zeppo di libri da portare sulla schiena, ma tante altre volte ti permetterà di vedere e sentire cose inimmaginabili, vedrai i colori di un mondo che prima sembrava bianco e nero. Ti senti solo perché quello che vedi e senti tu molti non lo vedono e non lo sentono. Spiegaglielo, magari una delle volte che lo fai trovi qualcuno come te.

    Dalle parole di questo insegnante, possiamo ricavare degli spunti di riflessione preziosi:

    Il modo più efficace per gestire un plusdotato è cercare di capire cosa prova e perché mette in atto un certo tipo comportamento.

    Un alunno che sembra distratto, oppositivo o irrequieto, che porta all’esasperazione, sta inconsapevolmente facendo provare all’insegnante ciò che lui stesso prova in quel momento: impotenza. Cogliere questa comunicazione e partire dal vissuto comune può aiutare l’insegnante ad avvicinarsi emotivamente all’alunno.

    Spesso per un plusdotato non è facile accedere a spazi di confronto: può avere paura,  vergogna, preoccupazione di aprirsi agli altri e mascherare questi sentimenti attraverso disinteresse o arroganza. Se costruiti con delicatezza e rispetto, gli spazi di confronto sono un’occasione preziosa per scagionare il timore di essere soli e diversi, di non poter fare affidamento sugli altri.

  • La didattica per competenze in 4 punti

    competenzedi Enrica Ciullo

    Il tema della didattica per competenze fa parte del dibattito educativo ormai da diversi anni. Le Indicazioni Ministeriali del 2012 hanno proceduto ad una revisione sia dei traguardi per lo sviluppo delle competenze, sia degli obiettivi suggeriti per perseguirli. Le principali novità sono rappresentate dal richiamo diretto alle competenze chiave europee per la cittadinanza e l’apprendimento permanente, giunte tra l’altro alla seconda riformulazione (22 maggio 2018), e dal Profilo dello studente al termine del primo ciclo di istruzione. Lo sviluppo delle competenze non viene quindi presentato come un accessorio del processo di alfabetizzazione, ma come una finalità della scuola, come un suo elemento irrinunciabile.

    Se rivolgiamo lo sguardo alla didattica, considerando queste promesse, dovremmo parlare più propriamente di “didattiche” funzionali alla promozione delle competenze che hanno come prospettiva di riferimento la formazione della persona e del cittadino. Non si può certo dire che i docenti non lavorino considerando questo aspetto come obiettivo finale, ma quello che ci stanno chiedendo i documenti ministeriali sulle competenze è qualcosa di diverso: iscrivere le nostre esperienze in una cornice di significato e di senso condivisa.

    Molto spesso le pregevoli esperienze che vengono realizzate nelle nostre scuole hanno carattere di episodicità e frammentazione, sono talvolta implicite nella mente dei docenti stessi, dalla discrezionalità delle persone, dai loro interessi, dalla buona volontà di metterle in atto, più che da una condivisione intersoggettiva di una progettualità educativa e didattica a livello di istituto.

    Cosa vuol dire lavorare nell’ambito di una didattica per competenze? Vediamo 4 punti che ne delineano le caratteristiche.

    1.Complessità.

    Vuol dire intanto far riferimento a dei compiti complessi come i cosiddetti “compiti di realtà” o “significativi” o “autentici”. I compiti che si propongono agli allievi devono essere più difficili rispetto alle risorse che essi già posseggono. Se dovessero affrontare lavori commisurati strettamente a ciò che sanno e sanno fare, si limiterebbero a esercitare conoscenze e abilità già conseguite. Salta dunque lo schema tradizionale della lezione frontale: io spiego, tu studi, io interrogo.

    Per far fronte a compiti complessi non è sufficiente fare riferimento alla somma delle conoscenze acquisite, sebbene esse siano fondamentali; gli alunni dovranno lavorare, mettersi assieme e fare: ricercare informazioni, trovare soluzioni, attivare la propria creatività. Proporre ad esempio ai bambini di curare l’allestimento di una mostra è un compito complesso, gli aspetti da curare sono molteplici e non esiste un solo modo di risolvere il problema. Ed è per questo che un compito di realtà viene definito solo parzialmente, in modo da favorire una maggiore creatività in fase risolutiva.

    La situazione appena più complessa stimola il problem solving e la necessità di reperire informazioni e strategie che ancora non si posseggono.

    L’agire competente si rivela proprio nella capacità di reperire strumenti e risorse nuovi, partendo da quelli già posseduti.

    2.Interdisciplinarità:

    Un compito di realtà è normalmente interdisciplinare, ha maggiori possibilità di risultare complesso e nuovo per gli studenti. Nelle Indicazioni si legge “Le discipline come noi le conosciamo sono state storicamente separate l’una dall’altra da confini convenzionali che non hanno alcun riscontro con l’unitarietà tipica dei processi di apprendimento. Ogni persona, a scuola come nella vita, impara infatti attingendo liberamente dalla sua esperienza, dalle conoscenze o dalle discipline, elaborandole con un’attività continua e autonoma.” I percorsi didattici privilegiano l’integrazione dei saperi, che insieme concorrono a costruire competenze attraverso l’esperienza e la riflessione nei compiti significativi e nelle unità di apprendimento.

    1. Centralità del discente.

    Nella didattica per competenze viene posta maggior enfasi sul ruolo del discente. Tuttavia il docente non perde importanza, la sua azione viene valorizzata attraverso l’assunzione di un ruolo di mediatore e facilitatore.

    Mette a disposizione strumenti e pianifica situazioni che permettono all’allievo di costruire il proprio apprendimento. Fornirà probabilmente meno risposte ma molte buone domande per sollecitare la ricerca, la formulazione di ipotesi e la sperimentazione di strategie e tecniche piuttosto che soluzioni.

    Il docente assume una responsabilità educativa, poiché l’insegnamento persegue la finalità della formazione della persona e del cittadino autonomo e responsabile e non resta quindi confinato nell’ambito della dimensione culturale.

    1. 4. Gruppo

    La didattica per competenze privilegia l’aspetto sociale e cooperativo dell’apprendimento. I compiti di realtà dovrebbero essere calati in un contesto in cui è possibile accedere a conoscenze, abilità e competenze attraverso gli altri. Del resto chiedere aiuto, saper gestire le informazioni ricevute e impiegarle per la soluzione di un nostro problema fa parte delle esperienze quotidiane di ciascuno di noi.

    Insieme si può apprendere meglio, si possono condividere informazioni, procedure e strategie, si può prestare e ottenere aiuto.

    Le tecniche di apprendimento cooperativo, di tutoraggio tra pari, la discussione, sono congeniali alla promozione di competenze. In particolare la dimensione del piccolo gruppo favorisce gli scambi comunicativi e l’interdipendenza positiva.

     

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