Autore: centrostudioforepsy

  • La mia esperienza di bambina adottata

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    di Francesca Nautilli

    “Io sono stato adottato”, non è una frase semplice da pronunciare.
    Perche’ si porta dietro una serie di significati, come il fatto che i propri genitori biologici non ti hanno voluto, o comunque per qualche motivo sconosciuto, hanno preferito che qualcun altro si occupasse del proprio bambino.
    La domanda “PERCHE’?” è quella che nel 90% dei casi, prima o poi,  un bambino adottato si fara’ e che insieme ad altre, potra’ far scattare a volte nella sua mente l’idea di non essere uguale a tutti gli altri.
    Adottare un bambino è un percorso meraviglioso, ma faticoso, che implica una serie di sfide che cercherò di sintetizzare nei 5 passaggi che seguono.

    L’adozione è difficile. Perche’ un bambino non è un pacco postale, e la paura di sentirsi diversi
    riemergerà sempre in lui, l’essere stato allontanato dai suoi genitori biologici, potra’ avere’ in qualche modo un effetto traumatico su di lui, sia che sia stata o meno una scelta. Chiunque voglia intraprendere un percorso così complesso, come l’adozione, deve informarsi, documentarsi,
    chiedersi se se la sente davvero, perché quello a cui andrà in contro sarà probabilmente l’esperienza più difficile della propria vita.
    Bisogna rendersi conto che indipendentemente dai numerosi studi fatti, , non esiste nulla che possa preparare al 100% un genitore all’esperienza dell’adozione; bisogna essere consapevoli che non tutto potrebbe andare secondo i propri piani, ma che si imparera’ tutto man mano, dall’esperienza e soprattutto dai propri errori.
    Il bambino adottato potrebbe avere sempre una certa paura dell’abbandono. Instaurare rapporti duraturi, aprirsi completamente con un’altra persona potrebbe riuscire alquanto difficile. La sensazione di non essere adeguati, di non essere all’altezza di un’altra
    persona, puo’ emergere con piu’ facilita’ nei bambini adottati che negli altri, e molte volte potra’ compromettere certi  rapporti, sia di amicizia, che di amore. Un bambino adottato potra’ sentirsi spesso insicuro, timoroso di sbagliare, impieghera’ piu’ tempo ad essere completamente “autonomo”.

    Dire la verita’ al bambino adottato.E’ importante che i bambini sappiano sempre la verita’ sulle loro origini, nasconderle non soltanto e’ ingiusto, ma puo’ risultare pericoloso, perche’ potrebbero cogliere che c’è qualcosa di “non detto” sulla propria storia e farsi delle fantasie catastrofiche. Meglio una triste verita’ che una falsa e terribile fantasia.

    Dargli il permesso di cercare le proprie origini da grande. Eh… qui arriviamo ad un punto molto dolente. Può sicuramente succedere, che da grande il bambino abbia desiderio di sapere di piu’ sulle proprie origini, ma non perché il bambino non ama i suoi genitori adottivi, anzi, ma semplicemente perche’ ha bisogno di completare il quadro relativo alle sue radici. Per alcuni genitori, il fatto che il proprio figlio adottivo voglia ricercare le proprie origini, puo’ essere vissuto come un tradimento, ma non lo è assolutamente. Il fatto che lui/lei voglia conoscere i propri genitori biologici non significa che voglia scappare o che li amerebbe piu’ dei suoi genitori adottivi. Il suo bisogno in realta’ è piu’ spesso dettato dalla curiosita’ di conoscere, ad esempio, a chi somiglia fisicamente, oppure di avere informazioni su eventuali predisposizioni a malattie di vario genere, ad esempio.
    Genitore è colui che cresce, non chi partorisce. Sembra una frase banale, ma state tranquilli che un bambino adottato saprà comprendere bene questa verita’.  Una frase che a me personalmente ha aiutato molto è stata questa: “Tu non sei mai stata nella mia pancia, ma sei stata da subito nel mio cuore” e in fondo, questo  è  l’importante: l’amore che è il filo conduttore di ogni cosa e l’essenza della vita stessa.

    Francesca Nautilli

    (27 anni- Bambina adottata)

  • “Mamma come mi annoio..”: come aiutare un gifted a fare i conti con la noia?

    “Mamma come mi annoio..”: come aiutare un gifted a fare i conti con la noia?

    bambino-spaventatodi Jennifer Virone

    “Tobia era un vecchio signore che abitava da solo in una grande città. Da quando era andato in pensione, passava le sue giornate alla finestra, curioso e affascinato dal mondo indaffarato che lo circondava. Dopo aver sorseggiato il suo caffè e letto un bel giornale, si dilettava a guardare le persone avvicendarsi per la via e si divertiva ad immaginare le loro storie, i loro programmi per la giornata..questo lo faceva sentire un po’ più impegnato e meno annoiato..Con il passare del tempo Tobia iniziò a notare che quelle persone sempre di fretta e spesso in affanno avevano tutte qualcosa in comune: un problema da risolvere e poco tempo per farlo. Un giorno ebbe un’idea geniale: avrebbe riempito i vuoti delle sue giornate inventando un nuovo lavoro…il risolutore! Il suo senso d’osservazione e il suo intuito potevano alleggerire le giornate di quei passanti togliendo loro qualche fardello e lui avrebbe trovato un’attività stimolante per passare il tempo. Le soluzioni creative che proponeva cominciarono ad essere così apprezzate che presto Tobia “il risolutore” diventò famoso nella sua città. Più aumentavano le richieste, più risolvere i problemi diventava una sfida a cui lui non voleva sottrarsi, finché con il passare dei mesi Tobia cominciò ad annoiarsi di nuovo: i problemi erano sempre gli stessi, spesso sciocchi o insensati; possibile che stessero chiedendo quelle cose a lui? Poteva usare la sua energia per questioni che lo offendevano per la loro semplicità? Aveva passato le giornate a dare così tante risposte agli altri che non aveva più tempo per darle a sé, come se tutto quel lavoro mentale lo avesse pian piano anestetizzato. Rimaneva solo la rabbia e la delusione per quel mondo che dalla sua finestra sembrava tanto intrigante e che ora lo annoiava di nuovo. Si era avvicinato agli altri per annoiarsi di meno e aveva finito per annoiarsi di più. Aveva risolto i problemi di tutti e non il suo, perché non si era dato il permesso di vederlo….”

    Cosa c’entra la storia di Tobia con i nostri gifted? Possiamo immaginarla come una metafora del modo in cui un bambino plusdotato vive il mondo che lo circonda: interessante, pieno di interrogativi, ma a volte deludente se guardato da vicino. I bambini ad alto potenziale cognitivo sono spesso molto curiosi e “insaziabili”, tanto da mettere a dura prova chi si trova a relazionarsi con loro. La voglia di sapere è un punto di forza eccezionale che non sempre viene appagato, perché le domande sono spesso molte più delle risposte. La grande capacità di problem solving che i gifted possiedono li rende intuitivi e affascinati dai misteri, dai rompi-capo, dagli argomenti non convenzionali. E finché questi ci sono, tutto va bene. Ma cosa succede quando un bambino o un ragazzo plusdotato inizia a non trovare nulla di stimolante in ciò che lo circonda? Cosa fa quando non c’è più niente “da scoprire”? Si annoia. Si annoia profondamente e si arrabbia, perché persino chi gli vuole bene non sa come aiutarlo. Le proposte del mondo esterno diventano banali, ripetitive, irrisorie e le relazioni si riducono, perché sentite come insoddisfacenti. Il gifted, un pò come Tobia, inizia a studiare per conto suo, a ricercare interessi altrove, per “anestetizzare” la sgradevole sensazione che la noia procura. Le altre emozioni nel frattempo vengono appiattite dalla sensazione di non avere nulla da fare o che qualsiasi cosa sarà deludente. Questo vissuto, però, non ha tanto a che fare con l’assenza di stimoli, quanto con la presenza di bisogni emotivi non soddisfatti: la noia è solo un sintomo, un’emozione-sentinella che ci è utile a capire che qualcosa non va.

    Come possiamo aiutare un gifted che si sente annoiato?

    Questo problema è spesso evidente a scuola, tanto che i nostri gifted sono spesso etichettati come disattenti, iperattivi o oppositivi. Ciò che si suggerisce alle insegnanti, nella strutturazione di un percorso personalizzato, è di offrire loro occasioni strutturate di approfondimento verticale, che quindi soddisfino la curiosità senza però far sentire il bambino “messo in un angolo”, ad aspettare il tempo che passa.

    Per un bambino o un ragazzo gifted è importante sentirsi riconosciuto nei suoi bisogni: deve sentire che l’adulto comprende il suo problema e sta cercando insieme a lui un modo per fronteggiarlo.

    Puntare sulla loro capacità di problem solving può essere un’utile strumento di “intrattenimento”: ciascun argomento, se letto nella sua complessità, può aprire interrogativi interessanti per un gifted e questo gli consente di restare sul tema trattato senza la frustrazione di conoscerlo già nella sua interezza.

    Può essere utile anche offrire spunti di cambiamento, dall’attività sportiva al percorso per arrivare a casa, partendo dalle abitudini più semplici, ma soprattutto è importante dare voce ai bisogni interiori e quando questo non è così semplice, accompagnare il gifted nella loro scoperta attraverso l’ascolto e la presenza.

    E’ quindi fondamentale comprendere che dietro la noia possono nascondersi questioni emotive difficili da affrontare. Può essere infatti una difesa contro la tristezza, il timore di fallire o quello di restare da soli, l’incapacità di capire i propri bisogni o di non saperli distinguere da quelli degli altri.
    Tante possono essere le questioni alla base, una sola quella da tenere a mente: parlare di quello che si cela dietro la noia è il  primo passo per combatterla.

    Ecco come finisce la storia di Tobia:

    “…aveva sentito la noia senza soffermarsi sulle sue emozioni, mettendo a tacere il senso di solitudine che provava. Ora Tobia aveva due alternative davanti a sé: tornare a casa, con l’intenzione di non uscire mai più, oppure chiedere aiuto a qualcuno. Si prese del tempo per riflettere e, come era solito fare, iniziò a valutare i pro e i contro delle due possibilità. Cosa avrebbe guadagnato a chiudersi in se stesso? Cosa invece avrebbe perso? E se avesse chiesto aiuto, quali erano i rischi? Quali le opportunità? Queste erano le domande che aveva nella testa mentre si accingeva a salire le scale per tornare a casa. La stanchezza però iniziava a farsi sentire…le scale da salire sembravano così tante…Tobia chiese aiuto ad un bambino che passava di lì, il quale saltellando lo accompagnò fino in cima, fiero e contento di essere utile per lui. Il bambino lo salutò, promettendo a gran voce che sarebbe tornato anche il giorno dopo, perché si era divertito un sacco a salire le scale con lui! Certo, per Tobia era stata pur sempre una gran salita, ma con un sorriso e un piccolo aiuto la rampa di scale era sembrata meno faticosa. Ecco, aveva preso la sua decisione.”

  • “Mamma e papà si lasciano”: come spiegare la separazione ai propri figli

    separazioneJennifer Virone

     

    Le famiglie possono attraversare diversi momenti critici nel corso del tempo. Sono sistemi in continuo cambiamento, influenzabili da eventi interni o esterni, prevedibili o imprevedibili. Alcuni possono essere fonte di gioia, altri possono destare preoccupazione, ma tutti, a prescindere dal modo in cui vengono vissuti, hanno qualcosa in comune: impongono non solo una riorganizzazione della vita di chi li vive, ma anche dell’intero sistema familiare.

    Tra questi, la separazione di due coniugi è un evento molto complesso, perché richiede di rivedere gli spazi, i ruoli, le relazioni. Tre sono le principali sfide da affrontare:

    – la riorganizzazione della relazione di coppia sulla base di un accordo economico

    – l’elaborazione di un lutto psicologico e la ricerca di una nuova intesa genitoriale

    – la ricostituzione della famiglia

     

    Un aspetto centrale, connesso con queste sfide, è la comunicazione dell’evento ai propri figli. Il genitore si scontra, forse per la prima volta, con l’impotenza di sentirsi “inesperto” davanti al figlio, di non conoscere un modo giusto per affrontare l’argomento: come spiegare a un figlio che i genitori si separano? Questa domanda può essere accompagnata dalla paura di non farlo in modo adeguato o dal senso di colpa relativo al procurare una sofferenza. Spesso, infatti, ciò che blocca è proprio la paura di affrontare il dolore dei più piccoli, a cui si unisce, a volte fino a togliere lucidità, il dolore dei grandi.

    Del resto, se è vero che non c’è una ricetta magica per l’amore, ancor più vero è per la separazione. Non c’è un modo giusto per separarsi o per evitare la sofferenza ad un figlio, ci sono però modi utili per parlarne e facilitarne l’elaborazione. Non è il cosa, ma il come a fare la differenza.

     

    La prima cosa da fare è comunicare la notizia in modo sincero e coerente. Bisogna sempre dire la verità, calibrandola in base all’età e al contenuto e per far questo è importante che gli adulti siano convinti e che trovino un accordo su cosa riferire ai figli: è utile spiegare che si tratta di una decisione non facile e su cui hanno riflettuto molto, che riguarda il loro essere marito e moglie, ma non il loro essere mamma e papà.

    Quando parlarne? La notizia va data da entrambi i genitori, che possono scegliere se comunicarlo insieme o singolarmente; è importante dedicare uno spazio a questo momento: farlo all’inizio di una giornata libera da impegni lascia ai figli il tempo di elaborare e consente di far emergere  più facilmente domande, paure, sfoghi.

    Non lasciare nulla in sospeso: rispondere ai dubbi e alle curiosità, dando risposte soprattutto alle questioni pratiche, senza scendere però nei dettagli della separazione.

    Spiegare i cambiamenti che avverranno, compresa la presenza di due case; è utile coinvolgere i figli nell’arredamento o nella conoscenza della nuova casa, consentendo loro di individuare fin da subito un proprio spazio.

    Fare in modo che i figli non diventino i custodi dei segreti o delle informazioni che i genitori non riescono a scambiarsi personalmente, per eliminare il cosiddetto “effetto triangolo” ed evitare che finiscano per allearsi con uno dei genitori.

    La presenza di un eventuale nuovo partner andrebbe comunicata in una fase successiva, lasciando ai figli un tempo adeguato per elaborare i cambiamenti.

     

    In generale è importante aprirsi e descrivere i propri sentimenti rispetto all’evento, in modo che anche i figli si sentano liberi di fare altrettanto. E’ importante anche ricordare che i bambini sono attenti osservatori e sono in grado di capire cosa succede, ma se non hanno qualcuno che glielo spiega immagineranno a loro modo le cose, senza la possibilità di parlarne.

     

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  • Ti stai separando? Scopri le 3 regole per aiutare tuo figlio

    i-figli-dei-separati-hanno-la-sensazione-di-essere-usati_su_vertical_dyndi Silvia Bassi

    Di cosa deve essere consapevole un genitore per aiutare i propri figli ad affrontare la separazione?

    Quando, all’interno di una famiglia, i genitori si separano, tutti i componenti della famiglia devono affrontare questo cambiamento.

    La fase della separazione, dopo una lunga convivenza e dopo aver cresciuto ed educato i figli, è per tutti un’esperienza dolorosa che attiva molte dinamiche emotive. A volte il dolore degli adulti, soprattutto quando uno dei coniugi ha la sensazione di essere abbandonato e rifiutato dal partner, è così vivo da diventare un elemento chiave nell’ambiente familiare. La divisione o anche solo la minaccia di separazione dei genitori provoca una situazione problematica e disagevole per i figli, perché si sentono traditi, defraudati, arrabbiati, ritrovandosi a essere spettatori inermi e silenti di una separazione che è sempre e solo una scelta compiuta dagli adulti.

    I bambini hanno estremo bisogno di sicurezza; crescono aspettandosi che i genitori siano perfetti e traggono forza nel vederli uniti. La fiducia nel mondo degli adulti li rassicura sulla possibilità di ricevere affetto e cure e li incoraggia a costruire, una volta diventati adulti, relazioni sociali positive con gli amici e con il partner.
 La frattura della coppia genitoriale può generare nel bambino tormenti e sofferenze, nonché la preoccupazione di perdere uno dei due genitori e quella di veder compromesso il proprio legame affettivo con il genitore che si trasferisce altrove. E’ anche vero che quando certe situazioni sono esasperate ed esasperanti, a volte diventa sano e inevitabile separarsi e può essere un sollievo per tutti.

    E’ importante però vivere e proporre la separazione in maniera tale da cercare di arginarne le inevitabili conseguenze.

    Ci sono, ad esempio, alcuni genitori che cercano di nascondere il loro proposito di separarsi, di negare o di minimizzare i propri sentimenti ostili, auspicando che i figli non si accorgano di nulla. Questo atteggiamento ferisce e crea diffidenza e sospetto.

    In generale, è sempre meglio spiegare le difficoltà esistenti invece di negarle: anche i bambini molto piccoli percepiscono la tensione esistente tra i genitori. Una spiegazione chiara e sincera delle ragioni che hanno portato i loro genitori a separarsi li farà smettere una volta per tutte di pensare di essere in qualche modo responsabili della separazione e di cercare espedienti per far tornare unita la famiglia.

    Sovente capita, anche, che il bambino si senta l’artefice della discordia tra i genitori e soffra per inconsci sensi di colpa in quanto non può fare nulla per ricomporre l’unità familiare; la sensazione d’impotenza che prova può portarlo a modificare il suo comportamento e il suo carattere.

    L’energia emotiva che i bambini e i ragazzi devono investire, per reagire alla conflittualità genitoriale, provoca una distorsione sia delle emozioni sia dei bisogni della loro età. Alcuni ragazzi si isolano dagli amici per non dover parlare del problema, provano vergogna e non riescono più a concentrarsi nello studio, andando incontro a un crollo del rendimento scolastico.

    Come dicevamo, quindi, non è la separazione in sé, ma il modo di affrontarla e di farla vivere ai figli, a creare effetti negativi nel momento in cui ai bambini e agli adolescenti vengono a mancare i riferimenti di vicinanza e di sicurezza affettiva, indispensabili per la costruzione della propria identità. I figli hanno bisogno di essere rassicurati sul fatto che, nonostante non vivano più con entrambi i genitori, questi continueranno a seguirli da vicino.

    Ecco tre regole per aiutare un figlio a capire che non è lui che state lasciando:

    1. Dillo con le parole giuste. La comunicazione verbale comporta che si usino con i bambini parole di rassicurazione, in grado di dar loro la garanzia che saranno sempre amati, accuditi e protetti. Sempre attraverso le parole, gli adulti possono far capire ai bambini che riconoscono le loro manifestazioni emotive: “Vedo che sei arrabbiato, triste, ecc.; stai sicuro che mamma e papà faranno tutto il possibile per renderti la vita meno dura di quella che è oggi”.
    2. Stagli vicino. La comunicazione non verbale afferma la grande importanza di tutto ciò che non passa attraverso le parole. Soprattutto nel periodo di transizione, quello in cui si cambia casa, abitudini e convivenza, è opportuno stare molto vicini ai figli, abbracciarli, coccolarli e portarli a fare passeggiate, parlando di tutto quello che stanno vivendo e colorandolo di connotazioni emotive.
    3. Mantieni le vostre abitudini. È importante fornire stabilità e continuità ai figli attraverso la pratica di alcune abitudini della vita quotidiana che ne scandiscono il ritmo, emotivo e non, come i pasti, il sonno e tutti gli altri momenti in cui i genitori assicurano la propria vicinanza ai loro bambini. Pertanto è basilare organizzare insieme ai figli quali sono i compiti che dovranno essere svolti dalla mamma e quali dal papà e stabilire quegli eventi della giornata che dovranno essere simili a prima della separazione, pur se vissuti in case diverse.

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  • Bambini gifted ed emozioni. Un mondo da capire

    Schoolboy sitting at table in classroom
    Schoolboy sitting at table in classroom

    di Jennifer Virone

    Spesso i ragazzi ad alto potenziale cognitivo vengono visti come tali solo quando le difficoltà incontrate, come problemi scolastici o di comportamento, conducono ad una valutazione psicologica. Ciò avviene perché alcuni loro atteggiamenti possono “mascherare” l’intelligenza, quindi può non essere facile riconoscere le loro peculiarità come indicatori di plusdotazione.

    Per questo motivo è utile fare luce su alcune caratteristiche che sono parte della personalità dei gifted e che allo stesso tempo sono influenzate dalle risposte del contesto sociale. Le caratteristiche di cui stiamo parlando, presenti anche nella popolazione in generale, sembrerebbero correlate alle abilità cognitive e, anche quando sperimentate in prima persona, non sempre sono così evidenti agli altri…Per questo è importante avere un occhio attento!

    Stiamo parlando di:

    1) Elevata autocritica

    2) Intensità emotiva

    1) Ipersensibilità

    Quando parliamo di autocritica elevata stiamo parlando di un approccio esageratamente analitico. Il plusdotato è un grande osservatore perché la sua abilità intellettuale gli consente di focalizzare spontaneamente l’attenzione ai dettagli nell’ambiente, a posizionare tutto “sotto il microscopio”, anche le regole e l’autorità di genitori o insegnanti. Tuttavia essere autocritici vuol dire anche tenere se stessi e gli altri sotto controllo e questo, se da un lato favorisce la motivazione al perseguimento degli obiettivi, dall’altro aumenta il rischio di rimanere delusi quando ci si scontra con l’inevitabile imprevedibilità dell’ambiente esterno.

    L’intensità emotiva ha a che fare con la percezione degli stati affettivi. E’ un po’ come se le emozioni  passassero attraverso un grande amplificatore: “they feel more because they see more”, sentono di più perché vedono di più. Ciò vuol dire che l’alto potenziale non è solo uno strumento per il ragionamento, ma anche una lente speciale, attraverso cui si sperimenta una vita emozionale più complessa e quindi più intensa.

    L’ipersensibilità può essere spiegata attraverso il modello dell’“Heightened Multifaceted Sensitivity” (Mendaglio, 2007[1]). Secondo questo modello ne esisterebbero 4 sfaccettature: la comprensione cognitiva dei propri comportamenti e pensieri, l’autoconsapevolezza della propria esperienza emotiva, la capacità di mettersi nei panni dell’altro e l’empatia. Essendo quella dei gifted una sensibilità “aumentata” ne deriva che anche queste sfaccettature sono, a loro volta, “aumentate”. Ecco allora che bambini e ragazzi ad alto potenziale possono sovrainterpretare gli eventi,  vivere le emozioni in modo più violento degli altri, preoccuparsi eccessivamente del giudizio e vivere le emozioni altrui come se fossero le proprie.

    Quelle descritte sono caratteristiche ricorrenti in bambini e ragazzi plusdotati, tanto da rappresentare spesso un importante discriminante tra uno studente brillante e un gifted.

    ..E una volta colti questi segnali?

    – Innanzitutto ricordare che: percepire più informazioni degli altri non vuol dire interpretare ciò che accade in modo più preciso, ma solo viverlo con più intensità.

    Evitare di sminuire ciò che provano i gifted. Una reazione comune  può essere quella di provare a placare le loro reazioni, magari tentando di farli ragionare sulla logicità di una risposta emotiva, per mostrare, ad esempio, come questa sia irragionevole o sciocca. Questa strategia non solo è inefficace ma può addirittura amplificare l’emozione: a chiunque sarà capitato di arrabbiarsi ancora di più quando la propria rabbia viene considerata fuori luogo da qualcuno!

    – Le nostre emozioni hanno a che fare con il modo in cui interpretiamo gli eventi ma i gifted tendono a utilizzare più degli altri le abilità cognitive per giustificare la loro interpretazione e per trovare errori in quelle altrui. Bisognerebbe evitare un atteggiamento di “sfida all’interpretazione più corretta” e offrire un ascolto empatico e non giudicante. Il ragionamento, la logica e la capacità di problem solving, preziose risorse nei gifted e processi importanti legati all’interpretazione, saranno più efficaci quando l’emozione si sarà affievolita.

     

    [1] Mendaglio, S. (2007). Affective-cognitive therapy for counseling gifted individuals. In S. Mendaglio & J. S. Peterson (Eds.), Models of counseling gifted children, adolescents and young adults (pp. 35–68). Waco, TX: Prufrock Press.

     

  • Ideare sanzioni alternative a scuola è possibile

    scuola-superioredi Silvia Bassi

    La scuola è la sede in cui diverse generazioni s’incontrano e confrontano, un contenitore dove i ragazzi possono conseguire un arricchimento culturale, oltre a un bagaglio di esperienze, e si formano anche attraverso il rispetto delle regole. Capita spesso di assistere o di venire a conoscenza di rapporti altamente conflittuali tra insegnanti e studenti. Sono numerosi i docenti che incontrano difficoltà a contatto con bambini e ragazzi difficili, oppositivi, provocatori,     disobbedienti e ostili nei confronti delle figure dotate di autorità; alunni che compiono atti di prepotenza sia verso i compagni, sia verso i professori. In questi casi cosa bisognerebbe fare? Il professore deve divenire accusatore e giudice, svolgendo un ruolo difficilmente compreso dagli studenti indisciplinati? Interrogativi che richiedono una seria riflessione.

    Certamente gli insegnanti devono mantenere rapporti interpersonali di correttezza e di coerenza con le finalità educative della comunità scolastica, astenendosi da comportamenti lesivi della dignità degli alunni. Lo stile spartano e punitivo, un tempo tanto in voga, oggigiorno è in decadenza. Le nuove generazioni ormai non lo accettano più e lo contestano apertamente. Dalle esperienze di tanti educatori si deduce che le misure coercitive non portano da nessuna parte, anzi, innalzano un muro, non producono soluzioni, ma solo reazioni trasgressive. D’altra parte anche lo stile educativo non soggetto a regole, diffusosi recentemente, risulta alquanto deleterio. Assecondare o rinunciare all’intervento può creare molte problematiche, scatenando negli studenti confusione, sconcerto, prepotenza e sentimenti di prevaricazione e aggressione.

    È fondamentale che gli educatori acquisiscano competenze e capacità nuove per gestire creativamente i conflitti e le regole che possano superare le tradizionali sanzioni scolastiche. L’azione disciplinare si esplica quasi sempre  attraverso il richiamo verbale, i compiti da svolgere in più, la nota scritta sul libretto dello studente e sul registro di classe, la sospensione dalle lezioni, fino all’espulsione.  Inoltre, se si toccano tasti irrilevanti per i ragazzi ecco che l’efficacia delle sanzioni è pesantemente messa in discussione. Il bullismo, ad esempio, prolifera proprio negli ambienti in cui non c’è fermezza e regole o dove è possibile infrangerle. Per questo è importante che le regole siano garantite con certezza e affidabilità. Gli educatori che manifestano segni d’insicurezza e non sono in grado di gestire la classe possono diventare, loro malgrado, alleati dei bulli, i quali intuiscono molto bene quando possono avere campo d’azione libero.

    Quali sono le possibili alternative rispetto alle “classiche sanzioni” usate a scuola?

    Ecco alcune nuove soluzioni creative e regole per rendere più efficaci sul piano educativo le sanzioni scolastiche:

    1- Costruire regole nuove valide per la scuola o la classe, condividendo obblighi e divieti con gli studenti e redigere con loro le sanzioni. Le regole vengono rispettate di più se queste vengono decise insieme agli alunni. Un espediente che farà loro comprendere di avere delle possibilità di scelta e che possono portarli a prendere coscienza della situazione e a divenire più responsabili. A questo proposito si deve tenere presente che le regole per un/a ragazzo/a di 13 anni non sono le stesse per uno/a di 15 e tanto meno per uno/a di 18.

    2- Istituire sanzioni relazionali di inclusione piuttosto che di esclusione; chiedere ai ragazzi di “fare qualcosa con qualcuno”, per esempio aiutare un compagno in qualche materia, tutte le mattine, per una settimana. La richiesta di condivisione fornisce un valido stimolo al dialogo tra studenti. Questa sarebbe già una sanzione molto diversa rispetto a quelle tradizionali, dove l’alunno generalmente viene “escluso da qualcosa”, punito fino alla sospensione dalle lezioni e all’espulsione dalla scuola. Una sanzione “inclusiva”, invece, permette di “tirare fuori” il meglio possibile dall’alunno piuttosto che “escluderlo”, con l’idea forzata di “metter dentro” alle sue cognizioni regole e leggi precostituite, pena l’estromissione.

    3- Individuare degli “stop” dove tutti gli insegnanti della classe s’impegnano a fare osservare qualcosa. In caso negativo, la sanzione deve consistere in qualcosa che possa avere un effetto emotivo sullo studente, per esempio l’uso del cellulare e di altri dispositivi elettronici. Inoltre, per poter essere rispettate, le regole non devono essere ambigue, variamente interpretabili, eccessive o palesemente irrealistiche. Oggigiorno le nuove generazioni sono cresciute all’interno di un quadro relazionale più “affettivo” che valoriale e normativo e non temono più la nota sul registro, che considerano espressione di sfogo dell’insegnante, piuttosto che una vera punizione.

    Risulta auspicabile la trasformazione della datata sanzione scolastica, vista l’evoluzione dei ragazzi di oggi. Bisognerebbe approdare verso una nuova modalità di gestione del gruppo e delle regole sulla scia delle richieste di maggior dialogo e condivisione che quotidianamente emerge dagli studenti. Mettere in atto uno stile educativo basato sulla relazione consente un positivo confronto con i ragazzi in modo tale che i conflitti possano trasformarsi in occasioni di crescita.

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  • Stop al bullismo: leggi e tecniche per prevenirlo

    bullyngdi Silvia Bassi

    Si sente sempre più spesso parlare di bullismo e forse vi sarà capitato di essere spettatori di qualche episodio di prevaricazione. Come avete reagito? Siete intervenuti o avete assistito silenziosamente? La comunicazione sia di chi assiste ad atti di bullismo, sia di chi li subisce non sempre è adeguata, come certifica anche una rilevazione Istat* .

    Lo studio sostiene che solo il 50% degli adolescenti vittima di episodi di bullismo parla del problema con insegnanti, genitori o amici. Percentuale che diminuisce con l’età: i ragazzi delle scuole medie e delle superiori ne parlano ancora meno. In Italia solo il 50% dei bambini delle elementari e il 35% della scuola media parla con l’insegnante delle prepotenze subite e la percentuale si riduce ulteriormente al 10% nella scuola superiore.

    Ma cosa intendiamo per Bullismo? con il termine bullismo si definiscono le azioni aggressive o i comportamenti di manipolazione sociale perpetrati nel tempo in modo intenzionale e sistematico, da una o più persone ai danni di altre. Per affrontare il fenomeno occorre innanzitutto riconoscere segnali e comportamenti che lo caratterizzano.

    Benché sia importante differenziare il bullismo dalle semplici ragazzate, è altrettanto basilare riconoscere azioni che oltrepassano il bullismo e sfociano in vere azioni delinquenziali, come nei casi di utilizzo di armi, di gravi danni fisici o di violenze sessuali.

    Il bullismo inizia generalmente con piccoli test, ovvero piccole prepotenze attraverso le quali il bullo verifica la capacità di autodifesa della vittima, nonché l’attenzione che i compagni rivolgono a questi episodi di aggressività. E’ necessario riuscire a individuare precocemente tutti i segnali che possano precedere l’atto di bullismo vero e proprio. Le strategie devono rivolgersi a entrambi i protagonisti: da un lato, devono aiutare la vittima a sviluppare maggiori abilità di autodifesa, dall’altro, devono insegnare al bullo un comportamento socialmente adeguato.

    Cosa si sta facendo per contrastare il fenomeno? Un forte segnale nazionale per prevenire il bullismo sul piano legislativo è arrivato prima dalla Regione Lazio, nel marzo del 2016, e poi dal Parlamento italiano, il 17 maggio 2017. Nel disegno di legge del Consiglio regionale del Lazio si sottolinea, fra l’altro, che è di fondamentale importanza procedere negli istituti scolastici all’individuazione di docenti “al fine di programmare attività d’informazione sui temi della prevenzione del bullismo e del cyber bullismo”. La Regione Lazio prevede anche un finanziamento per la formazione rivolta ad almeno due docenti di ogni istituto scolastico, per l’acquisizione delle competenze psico-pedagogiche e sociali riguardante la prevenzione del disagio giovanile e la promozione del welfare dello studente.

    Gli insegnanti cosa possono fare per prevenire questo fenomeno?

    1- Un primo accorgimento è cambiare spesso la disposizione dei posti in classe, in modo che ciascun alunno impari a relazionarsi con tutti gli altri compagni per evitare la formazione di piccole gang.

    2- Inoltre, è opportuno valutare le caratteristiche di ciascun allievo: collocare un ragazzo disattento vicino fonti di distrazione, una finestra o altri compagni irrequieti, equivale a gettare benzina sul fuoco; un alunno molto timido dovrebbe potersi accompagnare a uno socialmente più estroverso in modo che possa fargli da guida.

    3- La vittima di bullismo, spesso, preferisce subire in silenzio le prepotenze altrui, poiché si vergogna o s’imbarazza per quanto gli sta accadendo. Un aiuto molto efficace consiste nel mettere a disposizione della vittima più canali con cui comunicare le sue preoccupazioni e uno di questi è la “bully box” (la scatola del bullismo)  che consiste in una scatola nella quale il ragazzo può inserire dei fogli sui quali denunciare episodi di bullismo subiti a scuola.

    4- Spesso la principale debolezza delle vittime di bullismo è l’isolamento sociale. Un intervento molto efficace consiste nell’aiutare a stabilire nuovi rapporti d’amicizia promuovendo dei gruppi di studio di 3-4 ragazzi che s’incontrano regolarmente per studiare insieme, dove, a turno, ognuno ricopre il ruolo di esperto e in cui ognuno impara ad aiutare e a essere supportato dagli altri. Tutte le ricerche condotte in questo settore dimostrano chiaramente che il rischio di diventare vittima di bullismo diminuisce quando il ragazzo può contare su gruppi di amici.

    5- Davanti a un episodio di bullismo, qual è la punizione per il bullo? Qualora il bullo venisse solo sanzionato non ci sarebbe alcuna garanzia che il bullismo abbia termine. Anzi, l’aggressore cercherà di vendicarsi della vittima per la punizione subita. E’ necessario promuovere nel bullo sentimenti di empatia verso il compagno aggredito. Le punizioni servono a eliminare un comportamento inadeguato, ma non insegnano il modo corretto di agire. Occorrerebbe, quindi, premiare il bullo quando manifesta comportamenti pro sociali, come quando chiede “per favore” o dice “grazie”.

    Numerose ricerche hanno dimostrato che i bulli se non vengono adeguatamente aiutati sviluppano in adolescenza e in età adulta una serie di problemi a livello scolastico, lavorativo e sociale. Per questo motivo, accanto allo sviluppo della vittima, è necessario prevedere una serie d’interventi di sostegno per il bullo.

     

    *Il rapporto ISTAT sul bullismo è stato pubblicato il 15 dicembre 2015 e ripreso dai media nazionali.

     

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  • Gifted, umorismo ed emozioni

    Gifted, umorismo ed emozioni

    come-nasce-umorismo_244-jpg__7360x4912_q85_crop_subsampling-2_upscaledi Jennifer Virone

    Il 29 gennaio 2017 il The Guardian, un noto giornale britannico, ha pubblicato un articolo intitolato “Black humour is sign of high intelligence, study suggests”. In questo articolo si sostiene che per trovare qualcuno dotato di grande intelligenza  basterebbe osservare la sua reazione ad una serie di battute, poiché l’ipotesi è che  l’intelligenza giochi un ruolo chiave nella valutazione dell’umorismo.

    Ora, senza voler generalizzare né tantomeno considerare l’intelligenza e il senso dell’umorismo come qualità inscindibili, quello che possiamo evidenziare da questo articolo è che le persone dotate di particolare intelligenza sarebbero maggiormente in grado di cogliere le incongruenze tipiche dei racconti umoristici, la cui comprensione sembrerebbe legata ad un processo mentale simile a quello del problem solving. In effetti abbiamo già parlato delle caratteristiche tipiche dei gifted e tra queste emerge proprio un sottile e peculiare senso dell’umorismo.

    Ma cosa intendiamo per senso dell’umorismo? Quando possiamo cominciare a definirlo tale?
    Ci riferiamo innanzitutto alla capacità di notare e mettere in evidenza gli aspetti più ridicoli di una situazione, per divertire o anche esprimere risentimento attraverso il riso. Osservando i bambini possiamo notare che iniziano a sorridere già intorno ai due mesi di vita, ma ancora non possiamo parlare di sorriso come modalità comunicativa, né ovviamente di senso dell’umorismo. Le ricerche in età evolutiva parlano di sorriso intenzionale intorno ai sei mesi, ma solo a partire dai diciotto i bambini inizierebbero a cogliere l’ilarità sottesa dietro ai comportamenti scherzosi, alle smorfie, alle imitazioni. La comparsa del linguaggio è un grande traguardo in questo senso: il bambino acquisisce nuovi strumenti, diventa in grado di utilizzare dei simboli (le parole) per comunicare con l’altro; scopre il potere del “come se” e sperimenta l’esistenza di prospettive diverse, di realtà soggettive che possono mettere in discussione i fatti: può giocare a fare lo chef con un piattino e una matita, o vendere frutta al mercato comodamente dal divano di casa. Quella del “fare finta di” è una capacità rappresentativa che mette in luce come il bambino impari, crescendo, a cogliere e mettere in scena la complessità di ciò che sperimenta, quindi anche i paradossi e le incongruità.

    I bambini gifted, che spesso eccellono per competenza verbale, riescono più facilmente a cogliere nessi e relazioni tra gli eventi e questa capacità può essere quindi legata ad uno spiccato senso dell’umorismo. Sono però bambini anche molto sensibili alle critiche e alle frustrazioni, perché emotivamente meno maturi, quindi possono offendersi particolarmente quando le loro battute non vengono colte o apprezzate. Paradossalmente può accadere che una qualità aggregante e socializzante come l’umorismo li renda invece aggressivi o ipercritici, con possibili difficoltà nelle relazioni con gli altri. Così, quello che solitamente è un grande punto di forza nei gifted rischia di trasformarsi in un punto di debolezza. La battuta può ad esempio diventare uno strumento di provocazione e sfida anche con l’adulto di riferimento, che può non rendersi conto dell’emotività sottostante. A scuola per esempio può succedere che il bambino, annoiato dalla spiegazione dell’insegnante, intraveda nei commenti ironici un’opportunità di svago e distrazione ed è molto probabile che, se questa modalità diventa l’unica via per esprimere la frustrazione, il bambino diventi il clown della classe e finisca a riconoscersi solo in questo ruolo. Come possiamo, allora, aiutare i gifted nella gestione delle loro emozioni sostenendo questa “qualità a doppio taglio”? Anche in questo caso, c’è sempre l’altra faccia della medaglia: se da un lato la consapevolezza cognitiva favorisce lo sviluppo dell’umorismo, d’altra parte l’umorismo, adeguatamente sostenuto, può diventare un valido aiutante della consapevolezza emotiva. Il bambino può imparare cioè a utilizzare il pensiero umoristico per comunicare le emozioni spiacevoli, a gestire la propria emotività e a rielaborare gli eventi assumendo punti di vista inediti.
    Per aiutarlo in questo processo, è importante:

    essere un modello: se accade qualcosa di inaspettato, ad esempio si rompe un oggetto, si può scherzare sulla propria goffagine pur comunicando le emozioni spiacevoli, che con il riso diventeranno più tollerabili;

    incoraggiare l’umorismo del bambino, condividendo i momenti di divertimento e allo stesso tempo aiutandolo a riflettere sulle incongruità che li hanno suscitati;

    facilitarne l’espressione nelle sue varie forme, dai racconti alle immagini, dai video alle imitazioni, aiutando il bambino a differenziare le situazioni in cui queste possono avere o non avere luogo;

    Ricordare infine che, imparati i limiti da osservare e i contesti in cui farlo, ridere è sempre contagioso.

     

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  • “Non voglio andare a dormire!”. 4 Strategie pratiche per facilitare il sonno nei bambini.

    sonno-bambinidi Cinzia Schiappa

    La giornata volge al termine, il lavoro viene messo da parte, la cena è servita, le luci si affievoliscono, magari anche il programma tv è finito e l’unico desiderio è quello di andare a dormire, ma non è così per il vostro bambino. Lui non ne vuole proprio sapere di dormire, magari è anche visibilmente stanco ma sembra provarle tutte pur di resistere all’addormentamento: lascia più volte la sua camera da letto per bere un bicchiere d’acqua, per andare in bagno, per infilarsi nel lettone o magari vi chiama in continuazione per avere l’ennesimo bacio della buonanotte, per farsi raccontare un’altra storia, per lamentare insoliti malesseri apparentemente ingiustificati, per chiedervi di giocare ancora, per dirvi che gli è venuta fame oppure, nella peggiore delle ipotesi, inizia a piangere. Quante volte vi siete trovati in questa situazione? Come l’avete affrontata?

    Proveremo a vedere insieme alcune strategie per gestire questo momento, che tendenzialmente possono essere utili per i bambini dai 3 ai 10 anni, ma facilmente personalizzabili in base al temperamento e all’età del vostro bambino e al vostro stile genitoriale.

    Partiamo con una precisazione: l’autonomia del bambino nell’addormentamento fa parte del processo di crescita, quindi così come insegniamo al nostro bambino a mangiare, vestirsi, lavarsi da solo è importante insegnargli anche a dormire da solo. Indubbiamente si tratta di un momento delicato, poiché alcuni bambini potrebbero essere particolarmente spaventati all’idea di restare soli la notte, avendo timore del buio, dei mostri, dei ladri, ecc. È importante, dunque, che il genitore dimostri fermezza e serenità al tempo stesso, ricordando che i bambini accettano tutto ciò che i genitori hanno già accettato. Quindi, il modo in cui il genitore propone al proprio figlio un’attività, la dice lunga su come il genitore per primo stia vivendo quel momento e ciò può influenzare l’atteggiamento del bambino. Ad esempio, dire ad un bambino “Ti va di provare a dormire da solo o hai paura?” lascia intendere delle titubanze da parte del genitore, laddove anch’egli sembrerebbe poco certo dalla capacità del bambino a dormire solo e un bambino che percepisce il proprio genitore insicuro difficilmente riuscirà ad affrontare il compito con serenità. Diverso è dire “Stai diventando grande e quando si cresce si dorme da soli nel proprio letto, capisco che all’inizio può essere un po’ difficile, ma questa cosa va proprio fatta…”. Una proposta di questo tipo veicola un duplice messaggio, da un lato che il genitore comprende e accoglie eventuali difficoltà da parte del figlio ma al tempo stesso si mostra fermo e deciso nelle sue intenzioni, trasmettendo al bambino maggiore sicurezza. Detto ciò, è importante che ciò non conduca ad un’esperienza brusca e traumatica per il bambino, per cui è possibile sostenere questo momento di crescita con alcune strategie pratiche.

     

    Rituali piacevoli e rilassanti. Alcune pratiche di accudimento particolarmente rilassanti possono favorire l’addormentamento del vostro bambino, accompagnandolo nel passaggio dalla veglia attiva alla quiete. Questi rituali possono cambiare a seconda dell’età e delle abitudini familiari, ma solitamente riguardano: raccontare una storia, cantare una ninna nanna, ascoltare la musica del carillon, fare un bagno caldo, scambiarsi le coccole della buonanotte, bere una bevanda rilassante (che quindi non contenga caffeina), ecc. Per far sì che il bambino associ la sera, e in particolare il momento in cui deve andare a letto, ad una situazione piacevole e rilassante, è importante che tali pratiche siano quanto più regolari e prevedibili. È importante, inoltre, che il bambino sia consapevole che queste pratiche ad un certo punto finiscono e abbia ben chiaro che si tratta di un tempo limitato che accompagna al sonno, che deve poi iniziare da solo.

     

    Ambiente silenzioso. I rituali pocanzi citati difficilmente funzioneranno in un ambiente iperstimolante. Oggi giorno i bambini, fin da piccolissimi, sono sottoposti a molti stimoli, dai classici giochi sonori o luminosi, alla televisione, fino ad arrivare a smartphone e tablet di ultima generazione. È bene però che l’ambiente di sonno sia privo di questi elementi che potrebbero distrarre ed eccitare il bambino, interferendo con la sensazione di rilassamento che accompagna l’addormentamento. Inoltre, è importante che il passaggio da un ambiente stimolante ad uno silenzioso sia graduale. Pensate a come vi sentireste se mentre state guardando un film che vi piace qualcuno spegnesse tv e luci e vi chiedesse di rilassarvi…riuscireste a rilassarvi o sareste nervosi? Ecco, lo stesso vale per i vostri bambini! Si consiglia, quindi, di avvisare il bambino che di lì a qualche minuto il film o il cartone terminerà o che il gioco si deve concludere, annunciandogli che dopo si leggerà una storia, si canterà una ninna nanna o qualsiasi altra attività rilassante scelta. Quindi abbassare gradualmente il volume di televisione e radio, moderare il tono di voce e affievolire le luci limitandone l’uso (nella camera da letto è consentita solo una piccola lucina se il bambino ha paura del buio). Inoltre, predisporre l’ambiente in questo modo aiuterà il bambino a fare una distinzione tra le attività del giorno e quelle della notte.

     

    Peluche. Spesso oggetti quali peluche o copertine accompagnano i bambini durante il sonno, se anche il vostro bambino ha questa abitudine ben venga! Questi speciali compagni di letto fungono da oggetti transizionali: morbidi e impregnati di odori familiari, aiutano il bambino a sentirsi meno solo e a tollerare la momentanea separazione dai genitori. Questo oggetto solitamente compare verso i 7-9 mesi e può accompagnare il bambino durante tutta la crescita; viene cercato e creato dallo stesso, che lo ricopre del potere di lottare contro l’ansia e la solitudine, per cui è importante che il genitore non lo sminuisca.

     

    Visita cadenzata. Se tutto questo non basta a far addormentare il vostro bambino, potete provare con questa tecnica. Mettete il bambino nel proprio letto, rivolgetegli qualche parola rassicurante mentre lo accarezzate dolcemente, poi lasciate la stanza, anche se lui protesta. Dopo 10 minuti rientrate nella stanza, se il bambino non è tranquillo fatelo sdraiare, accarezzatelo sulla schiena e tranquillizzatelo, poi uscite nuovamente dalla stanza. Il tutto va ripetuto ogni dieci minuti finché il bambino non si addormenta. I primi giorni saranno faticosi ma, se il genitore continua con tenacia, i giorni successivi dovrebbero andare meglio.

     

    Parallelamente a queste strategie, è bene che il genitore si interroghi anche sul significato simbolico dei comportamenti del proprio bambino. Comportamenti apparentemente oppositivi o capricci potrebbero in realtà celare una difficoltà che il bambino che fa fatica ad esprime a parole. Infatti, il momento dell’addormentamento può innescare nel bambino vari timori, dalla paura del buio fino all’ansia da separazione dai genitori. È importante, dunque, che il genitore colga questi segnali e accolga i timori del proprio bambino. In queste situazioni, più che mai, le punizioni o i rimproveri servono a poco, anzi contribuiscono a mandare in confusione il bambino e a farlo sentire ancora più solo nel compito di “andare a dormire da solo”.

     

    Infine, c’è da dire che anche i genitori giocano un ruolo importante in queste situazioni, infatti l’ansia da separazione può essere presente tanto nei figli quanto nei genitori. Sempre più spesso la sera è l’unico momento in cui la famiglia si riunisce, in cui si può interagire e condividere momenti, e questo può essere un bisogno sia del bambino che dei genitori, che può portare a posticipare l’orario della nanna. È importante, dunque, che il genitore sia consapevole di come alcuni di questi “sensi di colpa” possano influenzare i propri comportamenti e di riflesso quelli del proprio bambino. Ad esempio, i genitori possono chiedere al bambino di andare a dormire, ma poi sentire l’esigenza di mettersi nel letto con lui per molto tempo oppure di stimolarlo in continuazione con domande o carezze. Tutto ciò, seppur comprensibile, non aiuta il bambino a raggiungere una propria autonomia e a vivere con serenità il momento dell’addormentamento. Quindi, attenzione a distinguere tra i propri bisogni e quelli del bambino!

     

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  • A che serve immaginare? Storia di un gifted che sognava ad occhi  aperti

    A che serve immaginare? Storia di un gifted che sognava ad occhi aperti

    plusdotazione-e-talentodi Jennifer Virone

    Questa è la storia di Alberto, un ragazzo di 14 anni gifted (o plusdotato) che crescendo aveva scoperto di poter sognare ad occhi aperti quando si sentiva solo.

    Alberto, fin da piccolissimo, era sempre stato un bambino con una prontezza insolita, molto curioso e precoce nell’imparare a leggere e scrivere. La sua velocità di apprendimento lo entusiasmava, perché poteva sempre scoprire cose nuove e trovare nella sua stessa mente una fonte inesauribile di stimoli. Faceva molte domande, mettendo a dura prova le conoscenze dei genitori, che a volte spazientiti si chiedevano se sarebbe mai stato soddisfatto dalle loro risposte  (cosa che accade tipicamente nei bambini gifted o plusdotati).

    Alberto era un bambino molto intelligente, che presto aveva imparato a rispondere da solo alle proprie domande o a tenersele per sé quando temeva di non poter essere compreso. Erano tanti i quesiti che lo assalivano, talvolta angosciandolo: quanto è grande l’universo? C’è qualcos’altro oltre? Come si sono formate le stelle? È possibile contarle? Cosa c’è dopo la morte? C’è un ordine logico tra alcuni numeri? Perché contiamo dal numero 0? L’infinto si può dividere? Crescendo si era reso conto che molte di queste domande lasciavano gli altri sbigottiti o nella migliore delle ipotesi non facevano che accrescere la sua fame di sapere. Più erano le domande che aveva in testa, più era forte il desiderio di pensare e ragionare. La sua curiosità andava a braccetto con la voglia di condividere le sue scoperte, ma presto Alberto rinunciò alla condivisione, perché la solitudine era meno dolorosa della delusione di non essere compreso (anche questo può accadere spesso ai bambini plusdotati o gifted). Così, spesso trovava rifugio nei suoi pensieri, nei sogni ad occhi aperti che faceva, nei mondi paralleli che immaginava di visitare, nelle innumerevoli possibilità che si aprivano davanti alle questioni che si poneva. Alberto aveva finalmente un mondo dove potersi esprimere liberamente: la sua immaginazione. Anche quando era più piccolo immaginava di avere un amico speciale con cui parlare e confrontarsi. Adesso che era cresciuto aveva rinunciato a quell’amico, ma non alla sua immaginazione.

    A scuola era sempre stato considerato un creativo, un anticonformista e molte volte si era servito dell’immaginazione per risolvere i problemi e affrontare situazioni nuove; molte altre, sognare ad occhi aperti lo aveva portato ad allontanarsi dal presente, da ciò che gli accadeva, dalle paure e dalle angosce che a volte lo tormentavano. Per questo poteva succedere che gli altri lo considerassero menefreghista, distaccato, poco concreto. Anziché aiutarlo ad affrontare gli eventi, l’immaginazione lo aveva protetto da questi ultimi, tanto che non si era mai allenato a tollerare le frustrazioni; spesso si sentiva ferito o annoiato e ciò non faceva altro che indurlo a rifugiarsi ancora di più nel suo mondo.

    Ma cosa si stava perdendo Alberto? La possibilità di comunicare con gli altri. Più si chiudeva, meno era in grado di esprimere il turbinio di emozioni che aveva dentro. A volte, quando queste diventavano incontenibili, straripavano in modo violento e sproporzionato, spaventandolo e inibendolo ancora di più. Si stava perdendo la possibilità di rispecchiarsi negli altri, di essere accettato e capito; ora che entrava nell’adolescenza sentiva però il bisogno di appartenere ad un gruppo, di avere qualcuno con cui identificarsi, di non essere “diverso”.

    All’inizio Alberto provò a smettere di pensare, poi con il tempo imparò che avrebbe potuto utilizzare la sua immaginazione per gestire le turbolenze che il mettersi in gioco e l’avvicinarsi agli altri scatenavano in lui. Le frustrazioni e le delusioni potevano essere tollerate imparando ad ampliare le sue prospettive e giocando a cambiare il proprio punto di vista: quando si trovava di fronte a un problema, poteva immaginare come si sarebbe sentito nei panni di un altro o cosa avrebbe potuto fare in condizioni diverse. Ad esempio, se parlando con un compagno di classe dei suoi studi sui buchi neri quest’ultimo rispondeva con scarso interesse, anziché ritirarsi pieno di delusione e disapprovazione, Alberto poteva provare a immaginare come il compagno poteva essersi sentito. Poteva persino immaginare i modi in cui avrebbe potuto rendere più interessante un argomento che lo entusiasmava tanto. Scoprì così che fare ipotesi lo aiutava a gestire emozioni come la rabbia, la paura e la tristezza.

    Utilizzare l’immaginazione non era più per Alberto un rifugio dal mondo esterno, ma un modo per mettersi in contatto con esso senza esserne travolto.

     

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