Autore: centrostudioforepsy

  • Il sonno nell’infanzia. Qualche mito da sfatare

    sonno-bambinidi Cinzia Schiappa

    Il sonno, insieme all’alimentazione, è uno dei primi comportamenti con cui il neonato si esprime e richiama l’attenzione dei genitori, che spesso si chiedono se non stia dormendo troppo o troppo poco o se durante il sonno possa accadergli qualcosa di spiacevole senza che loro se ne accorgano. Fin da subito, infatti, i genitori si trovano a fare i conti con il sonno del proprio figlio e, talvolta, questo può divenire motivo di forti preoccupazioni.

    Soprattutto quando il bambino è piccolo, può accadere che i genitori abbiano la fantasia di controllare tutte le sue attività, sonno compreso. Ad esempio, alcuni genitori si lamentano che il figlio la mattina si sveglia alle 5 e le interpretazioni che questi danno del fenomeno sono variegate, passando dal dispetto intenzionale fino al dubbio dell’insonnia. Approfondendo la questione con i genitori spesso si scopre che i loro bambini vanno a dormire alle 20, quindi alle 5 del mattino hanno già fatto 9 ore di sonno, che potrebbero essere assolutamente sufficienti per molti di loro! Al di là del fatto che non esiste un numero di ore di sonno sufficienti allo stesso modo per tutti, la situazione appena descritta coglie appieno un pensiero stereotipato e antiquato sul sonno nell’infanzia: il sonno del bambino dipenderebbe solo ed esclusivamente dalla sua volontà, quindi il fatto che non si addormenti o svegli “a comando” sarebbe solo frutto di un capriccio.

    Qui è possibile sfatare un primo mito: non esiste un numero di ore di sonno che sia ottimale per tutti perché ognuno ha il suo personale bisogno di sonno e questo vale sia per gli adulti che per i bambini. Alcune persone si svegliano riposate e pronte per affrontare la giornata dopo sole 4 ore di sonno, mentre altre dopo 8 ore hanno ancora bisogno di dormire per stare bene. Inoltre, il fabbisogno giornaliero di sonno varia anche in funzione dell’attività cognitiva in veglia o della specifica fase di vita che sta attraversando il soggetto. Questo per dire che non si può pretendere che un bambino vada a dormire e si risvegli all’orario stabilito dagli adulti solo perché “è un bambino e fa quello che dicono i genitori”, ma è necessario riconoscergli bisogni, abitudini e ritmi personali.

    Ciò nonostante, il genitore può sicuramente fare molto per accompagnare e facilitare i ritmi di sonno del bambino.

    Primo fra tutti, si consiglia di evitare che il bambino si cimenti, in prossimità del sonno, in attività particolarmente eccitanti fisicamente o mentalmente, in quanto non favoriscono quella fase di rilassamento che predispone poi all’addormentamento. Ad esempio, sarà difficile chiedere ad un bambino di mettersi a letto e dormire se fino a qualche istante prima giocava a rincorrersi o era impegnato con il suo videogioco preferito. Sfatiamo un altro mito: la funzione primaria del sonno è permettere al cervello di riposare e recuperare gli effetti dell’attività giornaliera e non concedere al corpo un periodo di riposo, sebbene questa sia sicuramente un’importante funzione secondaria.

    Altrimenti non si spiegherebbe come mai le persone costrette a letto per particolari condizioni mediche presentano anch’esse un bisogno ciclico di sonno. In tal senso, la credenza che l’attività fisica serale faciliti l’addormentamento perché stanca fisicamente il soggetto è infondata perché questa causa delle modificazioni fisiologiche che interferiscono con il sonno, e lo stesso dicasi per i bambini. Evitare, inoltre, l’assunzione nelle ore serali di bevande eccitanti contenenti caffeina come la coca-cola, il thè o la cioccolata. Un’altra cosa a cui è importante prestare attenzione è l’utilizzo dei dispositivi tecnologici prima di andare a letto o, per i più grandi, mentre si è letto. È ormai dimostrato che la luce proveniente dagli schermi altera il sonno sopprimendo i livelli di melatonina, un ormone secreto durante la notte che è implicato nella regolazione dei ritmi circadiani, quindi sarebbe utile assicurarsi che i propri bambini non facciamo uso di questi dispositivi prima di coricarsi. Infine, è bene che i genitori capiscano quali siano i bisogni di sonno del proprio figlio e, a partire da questi, si adoperino per costruire dei rituali (ad esempio, ci si mette il pigiama, si legge una storia, si canta una canzone, ecc.) e per seguire degli orari regolari, in cui sicuramente ci possono essere delle eccezioni ma queste saranno dichiarate e riconosciute come tali da tutti i membri della famiglia. In questo modo, si aiuta il bambino ad instaurare un rapporto sereno con il sonno e ad avere ben chiare quali sono le attività che si fanno di giorno e quali di notte. In generale, l’imprevedibilità, la confusione e l’assenza di punti di riferimento stabili non aiutano il bambino a regolarizzare i propri ritmi, a riconoscere i propri bisogni e a confrontarsi con le regole.

    Inoltre, è utile tenere a mente che quello che talvolta può sembrare un disturbo del sonno legato ad una disfunzione del bambino, potrebbe invece celare una difficoltà relazionale con i genitori o un loro atteggiamento poco funzionale. Sfatiamo, dunque, un terzo mito: quello che accade durante le ore di sonno, o durante quelle che solitamente sono (dovrebbero essere!) dedicate a questo, ha a che fare con quello che facciamo e proviamo durante la veglia. Le emozioni, le situazioni di vita, lo stress, le attività quotidiane, il tipo di relazione che intratteniamo con gli altri influenzano la qualità e quantità del sonno e il rapporto con esso…e questo vale anche per i bambini! Alcuni comportamenti apparentemente “capricciosi” rispetto al sonno potrebbero in realtà avere una valenza comunicativa ben più ampia. Ad esempio, il rifiuto da parte del bambino di coricarsi all’orario stabilito o le sue continue visite notturne nella camera dei genitori potrebbero essere l’unica modalità che ha per richiamare l’attenzione su di sé o un goffo tentativo per manifestare un malessere che ha difficoltà a riconoscere ed esprimere a parole.  Il modo in cui i genitori affrontano la questione “sonno” direziona l’esito dei loro interventi. Pensiamo al messaggio che arriva ad un bambino a cui, ogni volta che si sveglia di notte, i genitori rispondono dandogli il biberon, cullandolo o mettendolo nel loro letto finché non si addormenta: egli potrebbe capire che tutto ciò che dovrà fare per guadagnare l’attenzione dei suoi genitori è svegliarsi nel cuore della notte. O ancora alcuni genitori provano in tutti i modi a resistere alle lacrime del bambino, lasciandolo piangere fino a quando non si calma, ma poi vengono presi dallo sfinimento e cedono alla tentazione di tranquillizzarlo con tutti i mezzi a loro disposizione. In questo caso al bambino potrebbe arrivare il messaggio che gli basta continuare a piangere e che deve giocare al rialzo per ottenere l’attenzione dei genitori. Ma la questione è: attenzione su cosa? Quanto è utile che il genitore si limiti a contenere le conseguenze di un sonno disturbato piuttosto che cercare di andare al di là del comportamento problematico?

    Lungi dall’insinuare che avere a che fare con dei bambini che hanno difficoltà con il sonno sia semplice e che non esistano delle strategie per affrontare queste situazioni, però è importante che i genitori inizino a riflettere anche sulle potenzialità comunicative dei comportamenti del proprio bambino e delle loro reazioni a questi. Quindi, non solo l’effetto che il comportamento del bambino ha suoi genitori, ma anche l’effetto che la reazione dei genitori a ciò ha sul bambino.

    Vi lascio con questa riflessione e vi aspetto con il prossimo articolo in cui affronterò la difficile questione dei bambini che non vogliono andare a letto!

     

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  • IL BAMBINO CON IL CERVELLO D’ORO E LE SUE EMOZIONI

    cervello-dorato-8722916di Jennifer Virone

    Una leggenda di Alphonse Daudet racconta di un bambino nato con il cervello d’oro, così grande e pesante che i medici non credevano potesse sopravvivere alla nascita. Il bambino invece crebbe in salute e senza problemi, nonostante il peso della sua testa. Nessuno si accorse del suo cervello finché un giorno, mentre camminava, rotolò giù da una scalinata e sbatté la fronte contro un gradino: il suo cranio risuonò come un lingotto e dalla ferita emersero gocce d’oro raggrumato. Così i genitori, fino a quel momento ignari, vennero a sapere che il loro bambino aveva un cervello d’oro. Provarono a proteggerlo nascondendogli quanto scoperto e solo alla maggiore età gli svelarono la verità sul suo “tesoro”. La leggenda racconta di come il bambino, ora uomo, viene inebriato dalla notizia e non riesce, fino alla fine, ad utilizzare il suo cervello al meglio. Prima sperpera oro ovunque, poi, impaurito dalla possibilità di perdere tutto, inizia a vivere in modo ritirato, sospettoso e timoroso, con lo scopo di dimenticare quelle ricchezze che non vuole più intaccare. Alla fine del racconto l’uomo verrà derubato e si farà derubare, travolto dalle emozioni, fino ad esaurire il suo meraviglioso cervello.

    Se proviamo ad interpretare questa leggenda utilizzando una specifica chiave di lettura, quella della plusdotazione, possiamo pensare che il racconto ci stia parlando delle grandi potenzialità che ha un bambino plusdotato, ma anche dei pericoli che può correre se non impara ad utilizzarle. Ciò che penalizza maggiormente il protagonista della leggenda sembra avere a che fare con le sue emozioni che, travolgenti e allo stesso tempo tiranniche, condizionano i suoi comportamenti senza che lui se ne renda pienamente conto. L’euforia, il timore, la compiacenza, la disperazione. L’uomo dal cervello d’oro finisce per soffrire a causa di ciò che all’inizio lo arricchiva.

    È una storia che ci aiuta a riflettere su due livelli:

    – Così come succede per i genitori del bambino dal cervello d’oro, a volte, per accorgersi dell’ “oro nascosto”, servono le cadute, le criticità, le sofferenze, poiché queste ci aiutano a riflettere e a non dare per scontato il modo di essere di un bambino;

    – Un bambino plusdotato ha bisogno di essere aiutato a capire la ricchezza e allo stesso tempo la delicatezza del suo potenziale, proprio perché prima che un plusdotato, egli è un bambino come tutti gli altri, con un mondo emozionale immaturo e da scoprire.

    Può accadere invece che l’oro “accechi” e non consenta di rendersi conto che l’emotività è un mondo a parte, con tempi diversi rispetto allo sviluppo cognitivo, quindi poco comprensibile a chi guarda la performance e ancora meno al bambino stesso. È importante aiutare questi bambini a trovare un modo per esprimere le proprie emozioni, senza che queste siano vissute come insopportabili o incomprensibili. Come aiutarli allora a viverle e comprenderle senza che ne siano turbati? Un modo molto efficace per favorire l’espressione emotiva, allentando il conflitto che può generare, è l’utilizzo della creatività. Essa, basata sulla flessibilità e l’originalità, può essere una risorsa già presente nei bambini plusdotati. Sono infatti bambini che molto spesso hanno una fervida immaginazione, sono molto curiosi, amano trovare soluzioni nuove e anticonformiste a problemi complessi. Si tratta quindi di aiutarli ad utilizzare una risorsa che già possiedono, per poter esprimere meglio ciò che provano. La creatività diventa lo strumento di mediazione tra sé e il mondo esterno, che consente di giocare con i propri vissuti senza doversi assumere la responsabilità di comunicarli verbalmente. Diventa quindi uno strumento di interazione, forse anche più potente della parola, perché consente di utilizzare simboli e immagini più diretti ed espressivi. Molto spesso i bambini plusdotati provano emozioni a cui non sanno dare un nome, rischiando di non essere compresi da chi si rapporta con loro. Non riuscendo a comunicare i propri vissuti, può accadere che questi bambini si servano in modo privilegiato dell’azione per risolvere i problemi e allentare le tensioni. Ecco allora che li vediamo buttarsi per terra, piangere, urlare, o al contrario chiudersi a riccio: utilizzano il comportamento per comunicare all’altro il loro mondo emozionale. Il rischio è che sperimentino questa strategia come l’unica possibile, utilizzandola anche in futuro, quando con la crescita il confronto con l’esterno sollecita sempre più le frustrazioni. L’azione diventa così un modo personale per esprimere se stessi. In che senso la creatività può rappresentare una strategia alternativa? Si tratta di proporre l’arte come un particolare tipo di azione, quella creativa, che consente di mettere in scena ciò che si sente, canalizzandolo però in modo produttivo e non disfunzionale. Offre cioè uno spazio protetto in cui poter esprimere angosce, desideri, frustrazioni e conflitti.

    Una strategia attraverso possiamo aiutare un bambino a confrontarsi con le proprie emozioni è quella della scrittura creativa, il cui presupposto è che scrivere le proprie emozioni su un foglio:

    – aiuti a riconoscerle e a dare loro importanza;

    – consenta di distinguerle, descriverle e associarle a situazioni concrete;

    – faccia riflettere su come un’emozione connessa ad un evento possa trasformarsi in un’altra, come ad esempio la rabbia possa trasformarsi in tristezza.

    Può essere utile invitare il bambino a raccontare per iscritto situazioni piacevoli o spiacevoli che lo hanno riguardato, provando in un secondo momento a collegarle a specifici stati d’animo. Si può giocare, in questo processo di scrittura, a immaginare una situazione caratterizzata da un’emozione diversa rispetto a quella provata, per imparare a familiarizzare con emozioni differenti e talvolta contrastanti tra loro. Facciamo un esempio: se un bambino ha vissuto in classe sentimenti spiacevoli, perché la maestra lo ha ripreso, gli si può chiedere di raccontare, come una sorta di diario, cosa sia accaduto. In seguito si potrà chiedere al bambino di ipotizzare se in quella situazione spiacevole si sia sentito triste, arrabbiato, impaurito. Identificata l’emozione, si possono inventare storie parallele, con situazioni analoghe a quella raccontata, ma caratterizzate da emozioni diverse. Cosa sarebbe successo se il nostro bambino, anziché sentirsi arrabbiato, si fosse sentito triste? Avrebbe reagito allo stesso modo? Queste sollecitazioni aiutano a differenziare ciò che spesso viene vissuto in modo generico come agitazione o fastidio e a cui non si riesce a dare un nome. Allo stesso modo si può chiedere al bambino di inventare un finale in cui l’emozione sia, ad esempio, opposta alla rabbia, cercando di osservare come cambierebbe il racconto (Cosa sarebbe dovuto accadere per farlo sentire felice anziché arrabbiato?).

    Per facilitare l’espressione delle emozioni ci si può servire anche di giornali, libri, film, disegni che il bambino può associare a come si sente e che può utilizzare come strumento di comunicazione con l’adulto di riferimento per esprimere cosa prova. A partire da questa espressione simbolica, il nostro plusdotato potrà imparare a tirare fuori sentimenti, paure, gioie e frustrazioni, potrà imparare ad accedere a quel mondo complesso e poco esplorato, di cui però ha grande sensibilità.

     

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  • Disturbi dell’ansia nei bambini: cosa possono fare i genitori?

    bambino-spaventatodi Enrica Ciullo 

    I bambini che soffrono di disturbi d’ansia, possono presentare diverse manifestazioni sintomatologiche: pensieri ossessivi, messa in atto di comportamenti e rituali compulsivi, mutismo selettivo, lamentare sintomi fisici in assenza di una reale patologia fisica, attacchi di panico, eccessiva timidezza, fobia sociale.  Inoltre hanno la tendenza a nascondere i loro sintomi e a provare alcune volte addirittura vergogna. Hanno paura di sembra “strani” o peggio ancora di essere classificati come “matti”.

    In questo articolo cercherò di indicarti alcune cose che puoi fare, o modificare per far sì che le manifestazioni ansiose di tuo figlio siano in qualche modo attenuate.

    Per prima cosa quindi voglio suggerirti di essere attento e di intercettare rapidamente il disagio di tuo figlio quando questo è attivamente sottaciuto.

    Molto spesso, involontariamente e con poca consapevolezza è possibile che tu abbia in qualche modo assecondato la sua sintomatologia (per diversi motivi: stanchezza, non conoscenza, abitudine, evitamento ..) pagando come prezzo un peggioramento dell’atmosfera familiare e soprattutto alimentando lo stato di sofferenza del bambino.

    È molto importante partire dall’accettazione, considerando un fatto: non si sceglie di avere l’ansia proprio come non si sceglie di avere un’influenza; i disturbi d’ansia hanno una base genetica e neurobiologica. Cerca quindi di evitare parole e atteggiamenti colpevolizzanti e concentrati sull’incoraggiamento riservando al bambino un’attenzione positiva nel modo in cui ti illustrerò a breve.

    Nel caso in cui l’ansia del bambino si manifesti attraverso un disturbo ossessivo compulsivo (DOC) è importante che tu rifletta anche sui valori e le regole della tua famiglia, che potrebbero essere portate all’estremo proprio da questo disturbo. Avere un sistema di credenze e convinzioni che presta molta attenzione alla pulizia, o ai risultati scolastici e/o sportivi per esempio, potrebbe in qualche modo avallare i comportamenti del disturbo.

    Devi sempre lavarti le mani prima di mangiare
    Non devi mai poggiarti sulla tavoletta in un bagno pubblico
    Dovresti sempre lavarti le mani dopo essere stato in bagno
    Dovresti sempre mettere vestiti belli
    La tua stanza deve essere sempre pulita e ordinata
    Bisogna ricercare la perfezione
    Devi essere forte sempre
    Le opinioni degli altri sono molto importanti
    Devi essere sempre gentile e riconoscente
    Non devi fare errori
    Non devi mai deludere gli altri
    Non devi sprecare nulla
    Devi sempre prendere ottimi voti a scuola
    Devi essere il più bravo della classe
    Non devi mai deludere le insegnanti

    Se alcune di queste regole sono molto presenti nella tua famiglia, ti suggerisco di rivederle in termini di maggiore flessibilità eliminando ad esempio le parole sempre, mai e devi.

    Prova a capire quali sono le credenze che appartengono al tuo sistema di valori e che possono essere sfruttate dall’ansia (dal DOC nello specifico).

    È importante riservare al bambino un’attenzione positiva. Potresti modificare la frequenza di emissione dei comportamenti dando rilevanza attraverso un premio, a quelli che ti piacciono e vuoi che si ripetano e togliendola a quelli che vorresti non si verificassero più.

    In pratica tuo figlio ha imparato a comportarsi nel modo in cui ottiene più velocemente la tua attenzione, e di solito questo potrebbe avvenire quando manifesta comportamenti inadeguati. Per quanto riguarda i premi questi possono essere tangibili (del resto la teoria dell’apprendimento ci dice che il comportamento è determinato principalmente dalle conseguenze che produce nell’individuo), oppure possono essere dei privilegi (fare un’attività ricreativa piacevole, avere un tempo esclusivo, fare sport insieme, leggere, disegnare, raccogliere dei gettoni che poi il bambino potrà accumulare per vincere un premio più grande); e infine lodi e incoraggiamenti (abbracci, verbalizzazioni positive, feed-back affettivi).

    Tutti questi rinforzi positivi potranno costituire un buon motivatore per il bambino che deve affrontare le sue paure e le sue ansie.

    Per abbassare il livello di stress del bambino con problemi di ansia, potresti considerare l’idea di migliorare questi aspetti che servono a renderlo più sereno:

    • Qualità del sonno: è importante che il bambino associ al letto il sonno e l’essere rilassato, se ha problemi ad addormentarsi non metterlo a letto finché non ha sonno. Nel suo letto non dovrà fare altro che dormire, quindi niente compiti, letture, tv o chiacchierate al telefono.
    • Attività fisica: fai scegliere al bambino un’attività che ritiene piacevole (correre, nuotare, karate, ecc..) e fai in modo che la pratichi regolarmente questo lo aiuterà a scaricare la tensione.
    • Pianificazione delle attività: aiuta il bambino ad organizzare le attività e gli impegni scolastici pianificando le cose in modo da aver chiaro quali sono le cose da fare. Cerca di evitare cambiamenti drastici e non programmati con il bambino.
    • Sana alimentazione: prevede tre pasti al giorno e due spuntini. Assicurati che nella sua dieta siano presenti anche molti antiossidanti che trovi nella frutta e verdura colorata.
    • Espressione delle emozioni e sentimenti in maniera adeguata: è importante che il bambino abbia degli adulti di riferimento con cui esprimere i suoi stati d’animo, parlare liberamente di come si sente e di ciò che pensa. Potresti suggerirgli di tenere un diario dei suoi pensieri e delle sue emozioni in cui annotare o anche disegnare quello che succede.
    • Stimolare il pensiero positivo: se il bambino resta bloccato sui pensieri negativi, rimarrà triste o preoccupato. Aiutalo ad identificare cosa gli ha procurato quell’emozione. Spesso i bambini tendono a generalizzare, pensano che tutto vada male e che non sia a posto, rimangono bloccati solo sulle cose negative. Aiutalo a comprendere che le cose sono in fondo sempre molto specifiche e che in realtà costituiscono solo situazioni temporanee. Anche qui potrebbe essere utile avere un diario di cose positive in cui annotare almeno tre cose positive ogni giorno. Ricorda al bambino che sono i comportamenti ad essere sbagliati e non lui come persona.

     

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  • 3 cose da evitare se vuoi aiutare un bambino gifted a gestire le emozioni.

    Di Jennifer Virone

    Possiamo immaginare l’emotività di un bambino gifted  (o plusdotato) come una stanza chiusa a chiave: la casa è confortevole ma ogni volta che nella stanza accade qualcosa non è possibile capire cosa; i rumori che provengono dall’altra parte creano fastidio e, in alcuni casi, ansia. Ogni evento frustrante scardina un pò la porta, mettendone a repentaglio la stabilità e aumentando l’allerta di chi è dall’altra parte e non sa cosa stia accadendo.

    La mente di un bambino plusdotato è proprio così: riesce perfettamente ad elaborare le informazioni e comprendere la complessità emotiva di ciò che accade, ma allo stesso tempo non riesce a comprendere cosa accade. I bambini plusdotati, grazie alla grande sensibilità che li contraddistingue, vivono intensamente ciò che li circonda e riescono a capire molto intuitivamente le dinamiche degli eventi nella loro vita. Hanno una grande consapevolezza del presente e un’altrettanto sviluppata capacità di immaginare possibili conseguenze future.

    Possiamo immaginare che le risorse cognitive di questi bambini siano la chiave di accesso alla stanza “emotività”. Il nostro gifted ha solo un problema: le chiavi che possiede sono troppe e non sa come cercare quella giusta. Più i rumori si fanno presenti, più si spaventa e diventa disorganizzato nel cercare di aprire la porta. Allora prova le chiavi sbagliate, prende la porta a spallate; ogni volta che tenta di aprirla rischia di farsi male. Può anche accadere che egli rinunci a sapere cosa accade dall’altra parte, ignorando i rumori o mettendo in atto strategie che consentano di attutirli.

    Se solo sapesse quale tra mille è la chiave giusta!

    Stiamo dicendo che in assenza di strategie organizzate, i vissuti emotivi possono essere fonte di confusione e avere ripercussioni sul benessere psicologico del bambino. Non è raro infatti che questi bambini, se non adeguatamente supportati, sviluppino stati ansioso depressivi o comunque vissuti di disagio. Una possibile alternativa al disagio è l’evitamento: per non  dover vivere la caoticità del mondo emozionale il plusdotato può scegliere, inconsapevolmente, di rinunciare a quel mondo. Si assiste in questo caso ad un progressivo disinvestimento nelle attività e ad un sempre maggiore isolamento sociale.

    Come possiamo aiutare il gifted a confrontarsi serenamente con le proprie emozioni? Come possiamo aiutarlo a cercare la “giusta chiave”?

    Innanzitutto è importante contenere l’angoscia e la disorganizzazione che segue gli eventi frustranti, evitando di

    dirgli “non preoccuparti, non è successo nulla: sminuire il problema vuol dire svalutarlo ma soprattutto comunicargli che quella reazione è inadeguata o eccessiva. Ciò non fa altro che aumentare l’ansia e la frustrazione.

    attribuirgli alte aspettative ad ogni costo: i bambini devono imparare a stare bene con se stessi, a capire quali sono i loro desideri e come fare per realizzarli. Visualizzare un gifted in modo grandioso può farlo sentire obbligato a corrispondere ad un ideale che non gli appartiene.

    evidenziare le possibili conseguenze negative di un evento: il gifted già ha la capacità di fare previsioni, mentre gli manca quella di tollerare le sconfitte o le delusioni. Non ha bisogno di qualcuno che gli dica cosa accadrà se non si comporta in un dato modo, ma di qualcuno che gli sia vicino se ciò si verifica.

    Una volta imparato a contenere i vissuti del bambino riusciremo ad aiutarlo meglio ad utilizzare sue abilità per imparare a gestire l’emotività. Prima di capire come, è utile fare un riepilogo di alcune caratteristiche funzionali a questo scopo e spesso comuni nei gifted:

    – sono curiosi

    – sono creativi

    – sono sensibili

    – sono intuitivi

    – apprendono facilmente attraverso il canale visuo-spaziale

    – preferiscono le visioni d’insieme

    – hanno grandi abilità di sintesi

    Facendo leva su questi punti di forza, possiamo aiutare i gifted nella gestione emotiva lavorando attraverso le espressioni creative, l’immaginazione, l’umorismo e le tecniche di problem solving. La creatività e l’immaginazione consentono loro di esprimere in modo produttivo emozioni non altrimenti comunicabili, utilizzando il canale non verbale. L’umorismo e le tecniche di problem solving aiutano a gestire la frustrazione di un’aspettativa disattesa, trasformando la delusione in un motto di spirito o nel punto di partenza per un “rompi-capo” da risolvere.

    Facciamo un esempio:

    Mario ha 8 anni e un QI di 135. Sa già fare le espressioni algebriche, mentre ha più difficoltà nella comprensione del testo in italiano: mentre legge fantastica, si distrae e fa fatica a completare tutto per tempo. Mario odia l’italiano e ogni volta che ha i compiti si arrabbia, urla e non vuole farli. La madre sa che è molto intelligente e lo rimprovera, non riuscendo a capire perché mai debba comportarsi “come un bambino piccolo”. La verità è che Mario non sopporta di non riuscire nel compito, fa fatica a concentrarsi perché vorrebbe approfondire altro, ma non riesce ad esprimere chiaramente il suo disagio, proprio “come un bambino piccolo”. Tutto ciò che tenta di fare è evitare la frustrazione dei compiti di italiano, ma la mamma non lo sa e quando si arrabbia lui si sente ancora più inefficace, così aumenta la sua ansia.

    Tenendo a mente gli atteggiamenti da evitare (svalutazione del problema, alte aspettative, conseguenze negative), si potrebbe chiedere a Mario di fare un disegno attraverso cui far capire alla mamma “quanto è brutto fare italiano”, “cos’è l’italiano per me”; più la mamma riuscirà a capire il suo disegno, meno si arrabbierà se non ha voglia di fare i compiti. Mario può esprimere il suo stato emotivo attraverso forme e colori e può parlarne senza doverlo fare in modo esplicito. Utilizza un terreno in cui si sente al sicuro e sperimenta che le sue emozioni non hanno sempre effetti negativi (il rimprovero della mamma), ma anche positivi (un bel disegno). Può poi decidere con la mamma di alternare in modo strutturato piccoli momenti di italiano ad altri di un’attività che preferisce, aiutandosi in questo modo a visualizzare un obiettivo desiderabile a seguito di un’attività sgradita. Mario trova così un’alternativa per esprimere la frustrazione in modo protetto e per disinnescare il meccanismo di insuccesso-frustrazione-rimprovero che lo conduce alla rinuncia. Imparando ad esprimere ciò che prova, può familiarizzare anche con i vissuti spiacevoli e costruire uno spazio attraverso cui imparare a mettersi alla prova.

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  • Intelligente ma emotivamente fragile. L’altra faccia della plusdotazione

    gifted_children.s600x600-300x199di Jennifer Virone, Giorgia de Fabritiis, Anna La Prova

    Bambini molto intelligenti, ma che fanno fatica a gestire le proprie emozioni. Stiamo parlando ancora una volta di bambini gifted o plusdotati o ad alto potenziale cognitivo. Un bambino gifted non è solo un bambino intelligente, ma è un bambino che sta crescendo, che sta sperimentando e sviluppando nuovi modi di stare al mondo. Un bambino ad alto potenziale cognitivo (APC) è un bambino che, come gli altri, ha bisogno di un ambiente con cui confrontarsi e mettersi alla prova, di un gruppo di riferimento con cui entrare in relazione e conoscere meglio gli altri e se stesso. Spesso però accade che il loro mondo emozionale, venga trascurato o messo in ombra dalle incredibili potenzialità intellettive di questi bambini.

    Ma che cosa intendiamo per mondo emozionale? Ti sei siete mai chiesto, ad esempio, perché uno stesso evento esterno può suscitare emozioni e sentimenti tanto diversi in persone differenti? E  perché anche i modi di reagire ad essi cambiano a seconda della persona e della circostanza, quando apparentemente l’interpretazione logica è la stessa per tutti? Proviamo a dare qualche risposta:

    Ciascuno ha un proprio mondo soggettivo tramite cui sperimenta ed elabora ciò che accade. Un brutto voto a scuola, ad esempio, può essere un evento di poco conto oppure un evento molto spiacevole, se il bambino considera il voto come un indicatore del proprio valore e della propria efficacia.

    In pratica il modo in cui elaboriamo gli eventi ha effetti sul modo in cui gestiamo ed esprimiamo le nostre emozioni. Vivere un brutto voto come una sentenza sulle proprie capacità è per un bambino molto angosciante; può essere difficile riuscire a controllare una frustrazione troppo grande, per cui è possibile che si reagisca con scatti di rabbia o crisi di pianto. Di conseguenza, se il bambino conosce le sue emozioni e sa riconoscere le sue reazioni emozionali, sa anche esprimerle meglio e riconoscerle negli altri

    Per andare sul concreto: imparare a capire che una crisi di pianto è il modo in cui si può esprimere la delusione per un brutto voto, vuol dire imparare a dare un nome alle reazioni istintive e spaventarsi di meno quando si presentano.

    Tornando ai bambini plusdotati o gifted,  essi sono spesso molto sensibili a ciò che accade e questa sensibilità spesso amplifica la portata emozionale degli eventi; è frequente che il bambino gifted faccia fatica a comprendere l’intensità del proprio mondo soggettivo.
    Sono, infatti, sempre più numerose le richieste di aiuto che arrivano da parte dei genitori di bambini gifted, interessati a capire come supportare emotivamente i propri figli. Questo accade perchè  le potenzialità dell’intelligenza razionale possono restare silenti o diventare addirittura un ostacolo per la realizzazione personale se la componente cognitiva non è sostenuta dalla cosiddetta intelligenza emotiva, cioè l’insieme delle abilità nel gestire il proprio mondo emozionale.

    Se sei genitore di un bambino gifted, avrai sicuramente sperimentato gli effetti di questa discrepanza, tipica del suo profilo.

    Può accadere allora che il bambino sperimenti un conflitto tra ciò che “pensa” e ciò che “sente”, talvolta al punto da manifestare comportamentali disfunzionali (isolamento e chiusura, oppure atteggiamenti oppositivi e provocatori).

    Tali manifestazioni, che possono essere lette come un tentativo del bambino di ridurre il conflitto, innescano chiaramente un circolo vizioso: il bambino non riesce ad esprimere i propri vissuti, i genitori e gli insegnanti non riescono a comprenderlo e alla loro impotenza si affianca la frustrazione del bambino, che adotta strategie sempre più disfunzionali per manifestare il suo disagio. Proviamo però a considerare che tali atteggiamenti siano solo la punta dell’iceberg, cioè il sintomo di qualcosa che non va a un livello più profondo, per l’appunto emozionale.

    Come possiamo aiutare il bambino, e con lui i genitori, a dar voce a quei vissuti?

    Un modo è proprio quello di lavorare insieme sulla gestione delle difficoltà emotive per  portare la confusione a un livello di consapevolezza e rendere l’individuo padrone della propria intelligenza emotiva.

    Qualche esempio concreto:

    • Evitare di mettersi in simmetria con i comportamenti che non tolleriamo: i bambini plusdotati sono molto sensibili alle emozioni ma talvolta non sono in grado di controllarle; questo può facilitare espressioni esagerate di frustrazione, che richiamano nel genitore il desiderio di controllarle al posto del figlio. Il controllo può essere vissuto dal bambino come uno “stop” anziché un contenimento e, a proposito di circolo vizioso, può innescare ulteriori atteggiamenti di scontro
    • Sintonizzarsi con i vissuti del bambino, con attitudine all’ascolto e alla comprensione (“capisco che questa cosa per te è molto difficile da fare, proviamo a trovare insieme un modo per affrontarla più serenamente”)
    • Ricordare che alcuni aspetti dell’intelligenza emotiva possono essere potenziati, rinforzando ad esempio la conoscenza delle proprie emozioni e di quelle altrui (“mi sembra che ci sia qualcosa che non va, forse sei arrabbiato?”).

    Ricorda, infine, che sfera cognitiva ed emotiva si influenzano reciprocamente e quindi un lavoro fatto sulle emozioni è un lavoro che parte proprio dalle doti del bambino. Infatti, quando i bambini  riescono a gestire l’emotività, hanno più potere sull’ansia da prestazione che spesso li ostacola nel realizzare un compito, e d’altra parte è proprio attraverso la performance che possono giocare con le emozioni, sperimentando e fortificando le insicurezze.

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  • Quando i figli vivono un disagio … cosa fare?

    Ablestock

    di Giorgia De Fabriitis

    Se sei un genitore è normale che ti preoccupi della salute e del benessere di tuo figlio, soprattutto se questo sta affrontando una delle sfide più grandi che ci siano, crescere!  A volte sono i contesti educativi, dove i bambini trascorrono la maggior parte del loro tempo, ad allarmare circa la presenza di alcune problematiche. È altrettanto normale, quindi, volerti assicurare che nella sua quotidianità il piccolo non incontri troppi ostacoli, quando ad esempio apprende cose nuove o socializza con i pari.

    In questo senso ti sarà capitato di avere varie reazioni di fronte ai vari possibili intoppi di percorso. Ad esempio, è forte l’impotenza che si prova quando si sente che al proprio figlio stia succedendo qualcosa, ma non si sa bene attribuirvi un senso.

    Questa sensazione sfocia in smarrimento, frustrazione e probabilmente solitudine, soprattutto quando non senti accoglimento e comprensione da parte delle altre figure responsabili, come proprio gli educatori coinvolti nella preparazione scolastica. Prova a pensare però che chi ne fa le spese in questa confusione alla fine è sempre il bambino, che probabilmente si sta già confrontando con la propria di frustrazione!

    Mettiamo ad esempio il caso di un bimbo che da più fonti viene descritto come molto intelligente, ma al contempo problematico, per una serie di comportamenti (si distrae troppo facilmente, tende ad annoiarsi, non è attento ecc.).

    Anzitutto il primo aspetto che sicuramente noterai è l’apparente contraddittorietà delle informazioni (è molto intelligente….ma), che se non esplorata ed approfondita, porterà probabilmente a dare molto più peso agli aspetti di difficoltà, trascurando qualunque altra potenzialità o risorsa il bambino abbia. Questo perché il desiderio, legittimo, di venirne a capo è più forte di qualunque riconoscimento dell’effettiva complessità con cui si ha a che fare. Facendo un passo indietro, proviamo a chiederci cosa può voler dire che una grande intelligenza sia affiancata da forme di disagio; sicuramente possiamo fare svariate ipotesi, perché non esistono leggi uguali per tutti i casi, ma per uscire dalla confusione puoi iniziare da alcuni passi concreti, che in prima battuta ti sembreranno difficili, ma con un piccolo sforzo sicuramente ti aiuteranno nella gestione di situazioni come quella sopra descritta:

    Un primo passo che puoi fare per sbrogliare la matassa è quello di sforzarti di dare un nome alle cose (comportamenti, stati emotivi), coinvolgendo se necessario degli esperti. Tornando all’esempio di prima, si può scoprire che effettivamente in quel bambino è presente un alto potenziale cognitivo, associato magari ad una fragilità emotiva che lo porta a mettere in atto comportamenti disfunzionali (essere disattento, distrarsi facilmente ecc.).

    Un secondo passo è condividere tali informazioni con gli attori interessati, e fare rete, soprattutto con gli insegnanti a stretto contatto: da un lato ciò implica già un cambiamento nel modo di approcciarsi al bambino, perché si rinuncia alla semplicistica identificazione con il ruolo che si è deciso per lui (l’iperattivo, il disattento ecc.). Inoltre la condivisione delle informazioni è anche condivisione della responsabilità di fare in modo che venga implementata, dove necessario, una didattica personalizzata per quel bambino, orientata tanto a curare le potenzialità quanto a colmare eventuali lacune; non disperare se ti sembra complicato, puoi sempre usufruire del supporto o indicazioni di chi ha competenza a farlo, perché il senso della rete è proprio questo.

    Irrinunciabile è praticare un continuo ascolto, soprattutto emotivo: un bambino che si sente accolto e rassicurato, è un bambino che ha già risolto metà delle proprie difficoltà: i comportamenti manifesti ritenuti inappropriati il più delle volte sono proprio il canale di sfogo utilizzato per disagi interiori, più che delle reali patologia in se.

    Non in ultimo, prova anche a trovare uno spazio di ascolto anche per i tuoi stati d’animo di genitori, come quelli che citavamo all’inizio: scoprirai che sono una utilissima guida per capire cosa sta succedendo, senza contare che grazie ad una sana introspezione permetterai a te stesso di trasformare la preoccupazione in risorsa efficace per il raggiungimento di uno stato di benessere condiviso.

     

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  • Mio figlio è un bullo? 3 cose da fare subito secondo Gianluca Daffi

    Mio figlio è un bullo? In questo breve video gratuito, Gianluca Daffi, spiega 3 cose importanti da fare, se sospetti che tuo figlio compia atti di bullismo.

     
     

  • La socializzazione nei bambini gifted: l’altra faccia della medaglia …

     gifted_children.s600x600-300x199di  Anna La Prova, Giorgia De Fabritiis, Cinzia Schiappa e Jennifer Virone

    “Avrebbe voluto dirle che studiare gli piaceva perché puoi farlo da solo, perché tutte le cose che studi sono già morte, fredde e masticate. Avrebbe voluto dirle che le pagine dei libri di scuola hanno tutte la stessa temperatura, che ti lasciano il tempo di scegliere, che non fanno mai male e che tu non puoi far loro del male.” 

    (La solitudine dei numeri primi, Paolo Giordano)

    In questo romanzo si parla della storia di Mattia, un bambino dotato ed intelligentissimo ma che vive la propria infanzia in solitudine. E’ una storia che in più occasioni stimola a riflettere su quanto possa essere facile trovarsi vicino agli altri eppure sentirsi soli. Infatti, un elevato potenziale cognitivo è spesso qualcosa in  più di  una semplice intelligenza al di sopra della media e talvolta può rappresentare un problema che fatica ad essere visto come tale, soprattutto in una società in cui si tende ad associare il successo alla realizzazione personale. Così come il più ricco non sempre è il più felice, il bambino plusdotato non sempre si adatta facilmente ai contesti di vita, laddove il costo per un’elevata competenza cognitiva è spesso pagato nell’area socio-affettiva. Come ci insegna la Psicologia della Gestalt, il tutto è più della somma delle singole parti e ciascuna parte non va considerata come a sé stante, ma inserita in un sistema di relazioni che danno anch’esse il loro contributo al risultato finale. In altre parole, l’apparenza può ingannare: così come spesso non si riesce a cogliere l’elevato potenziale cognitivo che c’è dietro atteggiamenti apparentemente oppositivi o provocatori, allo stesso modo, anche quando questo viene riconosciuto, si dà per scontato che il bambino sia in grado di affrontare qualunque situazione semplicemente perché più intelligente. Il tallone d’Achille dei gifted risiederebbe, dunque, proprio nella socializzazione, poiché ad un elevato potenziale cognitivo si affianca comunque uno stadio emotivo coerente con l’età anagrafica del soggetto: questa dissincronia tra sviluppo emotivo ed intellettivo esporrebbe il bambino al rischio di isolamento, essendo cognitivamente troppo adulto per i suoi coetanei e sentimentalmente troppo bambino per gli adulti. A ciò si aggiunge il peso dell’aspettativa che l’adulto ripone nel bambino plusdotato: a volte non si accettano quei comportamenti infantili, che sarebbero invece coerenti con l’età, e si rischia di alterare il naturale processo di crescita. Inoltre, valorizzare la plusdutazione consente sicuramente di coltivare un potenziale presente ma, se non fatto con le giuste cautele, si corre il rischio di alimentare una tendenza ad isolarsi probabilmente già presente, allontanando il bambino dai coetanei e dal contesto di riferimento. Per ricapitolare, velocità di apprendimento, curiosità, autonomia, spirito critico, senso dell’humor, ecc. sono alcuni dei punti-forza della giftedness che vanno sicuramente riconosciuti e valorizzati, ma  rendono conto solo di una faccia della medaglia, laddove difficoltà comunicative e relazionali  rappresentano una minaccia concreta. Ecco perché non bisogna consentire che il bambino rinunci alla possibilità di sviluppare un rapporto con i pari.

    Assodata l’importanza della socializzazione con i pari in età evolutiva, come possiamo aiutare i bambini plusdotati a stare bene nei contesti gruppali? Ciò di cui un gifted necessita è sicuramente una “palestra” in cui poter allenare quotidianamente le proprie abilità sociali. Ecco alcuni suggerimenti che possono fungere da esempi:

    Aumentare le attività extra-curriculari. La loro sete di conoscenza va certamente assecondata e stimolata attraverso attività extra-curriculari, ma sarebbe utile che queste attività si svolgessero in gruppo. In questo modo il bambino può coltivare i suoi interessi stando “in compagnia”, rafforzare la sua rete amicale e al tempo stesso imparare a fare i conti con tempi ed esigenze altrui. Ad esempio, si potrebbero proporre degli sport di gruppo oppure dei laboratori tematici interattivi, ma anche situazioni più semplici e sporadiche, come l’istituzione di gruppi di approfondimento in cui ognuno può dare il proprio contributo in base alle proprie risorse, oppure la visione insieme di un film particolarmente interessante per poi commentarlo o, ancora, riunirsi per fare dei lavoretti artistici, ecc. Chiaramente le possibili situazioni di interazioni tra pari possono essere infinite ed è bene pensarle in relazione alla situazione specifica con cui ci si confronta (contesto, età, interessi personali). 

    Lavorare sulle rigidità. A volte i bambini plusdotati possono essere così presi da sé stessi e dalle proprie idee da trascurare gli altri le prospettive altrui, con ripercussioni sui rapporti interpersonali. Ciò può renderli poco inclini ad assumere un atteggiamento flessibile, mostrando ad esempio difficoltà ad abbandonare i propri piani o progetti per adattarsi ai cambiamenti che avvengono intorno a loro. A tal proposito si potrebbe avvertire il bambino prima di attuare cambiamenti di programma, per accompagnarlo in un processo di riconoscimento e ascolto delle proprie emozioni, affinché sia in grado di fare lo stesso per quelle altrui. Ad esempio si può usare un cronometro per segnare il tempo e stabilire con il bambino quanto spazio dedicare a ciascuna attività: ciò lo aiuta sia a circoscrivere l’attenzione che a limitare la rigidità d’azione, ed allo stesso tempo a tollerare la frustrazione che può provocare il dover stare su un compito di minore interesse. Sempre in questa direzione, un gioco per allenarsi al cambio di prospettiva potrebbe consistere nel piegare un foglio in otto parti, su cui disegnare un cartone animato o una sequenza di eventi che facciano riferimento a specifiche situazioni sociali (ad esempio, un bambino che si rifiuta di giocare a quello che il suo amico propone). Analizzando insieme la situazione, si aiuterà il bambino a riflettere sui sentimenti che i protagonisti della storia provano nelle varie interazioni, ma anche su come le cose sarebbero potute andar peggio o meglio, proponendo delle alternative.

    Allenarsi ad uno stile comunicativo efficace. I bambini particolarmente talentuosi a volte possono risultare presuntuosi e poco affabili a causa di alcune modalità comunicative. Ad esempio, alcuni possono avere la tendenza ad evitare il contatto visivo, a guardare per terra o a non mostrare alcune espressioni facciali,oppure possono essere poco pazienti e tendere a liquidare le richieste altrui con un “no” secco e sgarbato, per cui si potrebbe spronare il bambino ad assumere un atteggiamento più accogliente. Quindi, dopo che ci si è allenati a riconoscere e riflettere sulle espressioni altrui, bisogna prepararsi anche a darvi una risposta adeguata, paziente e comprensiva. Un ruolo importante in questo senso è senza dubbio ricoperto dalla famiglia: spesso le modalità comunicative e comportamentali poco funzionali possono essere legate agli aspetti di rigidità, per cui è fondamentale praticare la flessibilità anche in casa, in modo tale che anche i bambini possano imparare a farlo. Ad esempio praticare l’arte di dire no con grazia può essere un modello di comportamento da adottare e stimolare anche in famiglia e, quando ciò non accade, si può chiedere al diretto interessato di ripetere il rifiuto in modo meno sgarbato.

    Inoltre, può essere utile usare a scuola l’apprendimento cooperativo, che è sia una valida strategia didattica che uno strumento di socializzazione. Si tratta, infatti, di un metodo che utilizza il piccolo gruppo per valorizzare il singolo, poiché ogni alunno contribuisce al perseguimento di uno scopo comune, in base alle proprie abilità. Ne risentono positivamente sia la qualità dell’apprendimento che l’esercizio della cooperazione fra i membri del gruppo-classe, grazie all’opportunità di confronto. In una situazione gruppale di questo tipo, il bambino plusdotato non solo si confronta con i suoi compagni in modo più diretto, ma fa i conti anche con la frustrazione che gli provoca l’attesa e il rispetto dei tempi e modi altrui. La frustrazione, infatti, accompagna frequentemente le loro giornate, ma spesso viene liquidata velocemente, mentre in situazioni di apprendimento cooperativo il contenimento è più efficace proprio perché associato alla possibilità di produrre qualcosa, insieme. I gruppi cooperativi, però, vanno formati con criteri ben precisi, in cui il bambino gifted non deve percepire di essere solo funzionale ad aiutare l’altro meno bravo, ma deve sentirsi realmente valorizzato per ciò che è capace di fare, dando un contributo innovativo e complementare a quello degli altri. Se i gruppi vengono creati con lo scopo di far sì che il bambino dotato “aiuti” soltanto gli altri, senza trarne vantaggi, diventa controproducente.

    Quindi la vita di questi “piccoli geni” non è sempre in discesa, in quanto nei contesti di apprendimento vanno riconosciuti e aiutati a far fruttare il loro potenziale, mentre nelle situazioni relazionali vanno supportati nel contatto con le emozioni e nell’individuazione di modalità comunicative funzionali. Lo sforzo principale che si richiede al bambino plusdotato è di mediare tra le proprie esigenze e competenze e quelle altrui, gestire la frustrazione e fare i conti con le richieste e i limiti del contesto, che non significa “livellarsi” al punto medio, ma utilizzare al meglio le proprie risorse per interagire in modo produttivo con gli altri. Bisogna essere pazienti, ricordando che le abilità sociali non si imparano da un giorno all’altro, ma necessitano di una pratica quotidiana.

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  • L’inclusione possibile

    pastellidi Giorgia De Fabritiis

    Non di rado nelle realtà scolastiche gli studenti manifestano difficoltà di vario genere, divenendo pertanto oggetto di particolare interesse ed osservazione da parte dell’istituto che li accoglie. A volte le problematiche sono già state preventivamente segnalate dalla famiglia, che richiama l’attenzione di esperti affinché vi si attribuisca un senso. Una volta che il processo è innescato, ci si muove generalmente in un’ottica integrativa, volta cioè ad agire sul soggetto in difficoltà affinché possa essere “inglobato” dal sistema di cui è parte. Cosa vuol dire questo? che il ragazzo viene affidato ad una figura (insegnate di sostegno, AEC ecc.), che lo segue ed aiuta a ripristinare una situazione ritenuta più adeguata, che rientri cioè in uno stato di normalità attesa. Proviamo ad interrogarci sulle conseguenze di questa diffusa modalità d’agire, domandandoci anche se esistano dei modelli alternativi d’intervento, con altre potenzialità d’efficacia, che possano essere anche un’occasione per fronteggiare quell’emarginazione con cui spesso questi soggetti in difficoltà si trovano a dover combattere.

    Anzitutto un aspetto da sottolineare è che questi allievi spesso divengono vittima di un etichettamento selvaggio: associare un ragazzo ad una patologia conclamata con un processo eccessivamente lineare comporta spesso una difficoltà a vedere anche la complessità di cui è portatore. Leggere la persona tramite la sola lente del deficit da cui è afflitta, non aiuta a vederne anche le risorse, anzi! E se di quella persona si vedono solo i limiti, probabilmente se ne deduce che gli unici a potersene occupare sono proprio gli operatori specializzati che se ne fanno carico. Peggio ancora: in un’ottica riparativa, ci si aspetta che quella persona smetta di essere d’intralcio per il normale andamento dell’intero gruppo classe.

    Questo avviene in genere in quei contesti in cui si  fa fatica a cogliere la diversità come una potenziale risorsa, ma la si etichetta come intralcio e basta. Proviamo a proporre qualche esempio di quali potrebbero essere i primi passi in una direzione diversa:

     

    • OSSERVAZIONE. Osservando e ascoltando attentamente, è possibile cogliere la globalità di chi si ha di fronte: oltre al disagio, quali desideri e capacità manifesta?
    • AZIONE. Dopo questo tipo di riflessione sarà sicuramente più facile ripensare a dei programmi educativi specifici, che siano calibrati tanto sulle criticità, quanto sulle risorse del singolo: in che modo quest’ultime possono essere potenziate?
    • INCLUSIONE. Un sistema inclusivo è un sistema che non isola il soggetto cercando di inglobarlo, ma che si ridefinisce in funzione delle necessità di tutti i membri che ne sono parte. Un’azione concreta può essere quella di non lasciare necessariamente la persona con difficoltà in disparte durante le attività curriculari, ma provare comunque a coinvolgerla, sfruttando le potenzialità del gruppo classe: ai compagni può essere chiarito che il loro compagno non è diverso, ha solamente bisogno di metodologie di apprendimento e/o relazionali differenti, che non lo rendono comunque meno capace di stare all’interno di una realtà gruppale, ma che è solo bisognoso di una specifica attenzione.

     

    Chi sono i protagonisti di questi processi? tutte le figure scolastiche che hanno in qualche modo un contatto diretto con la persona, quindi non solo le figure di sostegno a cui vengono affidate; queste coopereranno con le figure genitoriali, le quali possono fornire dati per una lettura più approfondita della realtà di quel ragazzo specifico; eventualmente riceveranno aiuto anche da figure esperte, in grado di fornire quel supporto necessario che metta in luce gli aspetti di complessità, per arrivare ad ipotizzare degli obiettivi di sviluppo possibili.

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  • Plusdotazione a scuola: come coniugare l’inclusione con una didattica “su misura”

    gifted_children.s600x600-300x199di Anna La ProvaGiorgia De Fabritiis, Cinzia Schiappa e Jennifer Virone

    Quando parliamo di plusdotazione ci riferiamo ad una condizione per cui un bambino presenta capacità intellettive superiori a quelle che riportano la maggior parte dei bambini della sua età. Questa condizione in genere può rendersi più o meno evidente nei bambini in età scolare.

    Le energie di tali talenti, infatti, non sempre vengono adeguatamente riconosciute e al meglio utilizzate, restando più spesso in sordina. Come viene giustamente sollecitato nell’ambito del progetto “E.T. Education to Talent” della regione Veneto, è bene invece dedicarvisi al pari di come ci si dedica ai bisogni educativi speciali, poiché i bambini ad alto potenziale cognitivo chiedono all’insegnante di adattare la propria didattica, così come i bambini che hanno difficoltà nell’apprendimento o altre tipologie di problemi.

    Ciò comporta sicuramente un’ulteriore sfida per gli insegnanti, i quali sono chiamati ad adottare misure specifiche che consentano di ampliare la didattica. Tuttavia, la diversità in generale, e il talento in particolare, possono costituire anche una vera e propria risorsa per la classe, che l’insegnante potrebbe utilizzare al fine di un arricchimento per tutti.

    Consapevoli che ciascun alunno, nel ruolo di discente, presenta una sua unicità e lungi dalla volontà di eccessivi etichettamenti, riconoscere che l’alunno plusdotato presenta un bisogno educativo speciale, è piuttosto favorire la costruzione di contesti accoglienti, in grado di rilevare le risorse presenti ed attuare utili strategie che favoriscano lo sviluppo e ostacolino gli esiti più nefasti. Ad esempio, non di rado lo straordinario sviluppo cognitivo è associato ad una misura meno adeguata, se non addirittura tarda, delle abilità emotive, sociali o psicomotorie. Da tali disarmonie potrebbero originare difficoltà di adattamento, da cui a loro volta potrebbero scaturire disagi più importanti, evitabili con un’accurata prevenzione.

    A partire da tali riflessioni, ci chiediamo: quali chiavi di lettura possono essere date alla scuola perchè possa essere sostenuta nel riuscire a potenziare il talento,  dato che  spesso è proprio a scuola che  i bambini gifted sperimentano le prime difficoltà?
    Partendo dal presupposto che per poter parlare di plusdotazione è necessario che venga effettuata una specifica valutazione clinica, a cura di personale esperto, è possibile comunque riconoscere alcune caratteristiche tipiche, nei bambini plusdotati, che si presentano con una certa ricorrenza, anche se non in tutti. Possiamo riassumere tali caratteristiche, raggruppandole in alcune aree tematiche che ci aiutano a capire quali sono i tratti a cui prestare attenzione in classe.
    La curiosità. Il gifted student fa molte domande, ha molti interessi, è motivato a provare cose nuove e si coinvolge con piacere in una grande varietà di attività. Ha un gran numero di conoscenze e una buona memoria. Allo stesso tempo esce facilmente “fuori tema” o “deraglia” rispetto al compito che gli si chiede ed è impaziente quando non è interpellato.
    L’apprendimento. Impara e ricorda velocemente nuove informazioni e acquisisce precocemente, da autodidatta, abilità connesse alla lettura e alla scrittura; dimostra spesso forti abilità in matematica. Ottiene risultati accademici insoliti, tuttavia si annoia facilmente e può diventare distruttivo in classe, mostrando resistenza nei confronti delle attività ripetitive e mnemoniche, soprattutto se esulano dai suoi interessi. E’ veloce nel terminare i compiti, ma li fa con trascuratezza.
    L’indipendenza. Pensa in modo autonomo e esprime opinioni uniche ed originali; ha inoltre un buon senso di autoefficacia ed è indipendente, ma sfida l’autorità, non accetta le critiche e non ama lavorare in gruppo
    Il ragionamento. Possiede elevate abilità di ragionamento (analisi, sintesi, valutazione), fa connessioni che altri studenti non vedono, considera anche approcci inusuali per risolvere i problemi e ha l’abilità di assorbire concetti astratti, organizzarli efficientemente e utilizzarli in modo appropriato, mentre tende ad essere poco interessato ai dettagli pratici.
    L’etica e la moralità. Ha un grande senso della giustizia e ama fare dibattiti su questioni attuali e su problemi di vita reale, ma può essere molto critico con sé stesso e con gli altri. Ama discutere ed è un perfezionista, per cui si aspetta che anche gli altri siano perfetti.
    L’humor. Ha un senso dell’umorismo sofisticato, capisce le battute sottili e lo divertono le satire e i giochi di parole, ma esagera facilmente con gli scherzi e ha la tendenza a diventare il “clown” della classe.
    La sensibilità. E’ sensibile e creativo, mostra abilità in recitazione, arte, musica, linguistica, ma a volte è percepito come saccente dai pari e prepotente in situazioni di gruppo.

    Dopo il riconoscimento, esistono alcune strategie che  gli insegnanti  possono mettere in atto, per far sì che il bambino gifted, usi le sue abilità al massimo delle potenzialità, incontrando un ambiente in classe in grado di soddisfare anche i suoi bisogni.
    Vediamo un po’ piu nel dettaglio, come è possibile potenziare la didattica in presenza di un bambino plusdotato, a partire da alcune strategie d’insegnamento mutuate dalla psicologia cognitiva americana:

    Individuare un mentore, una figura cioè che abbia la volontà di lavorare con lo studente su una specifica area di interesse. Non serve un esperto, ma un facilitatore che fornisca degli input affinché lo studente trovi poi le informazioni in autonomia. Si possono coinvolgere i genitori degli studenti, ma anche gli insegnanti, o le organizzazioni locali.

    Pianificare attività di arricchimento verticale, vale a dire pensare materiali educativi specifici, incarichi o progetti che vadano oltre le tradizionali lezioni, che implementino le abilità di ragionamento e di problem solving. Questa attività può assumere la forma di una progettazione indipendente: si può consentire al ragazzo di esplorare una specifica area di interesse legata all’argomento studiato, impiegando magari quel tempo extra di cui dispone ogni qual volta termina con largo anticipo rispetto alla classe un compito assegnato.

    Lavorare con la Tassonomia di Bloom, ovvero un modello di apprendimento utilizzato soprattutto dalla psicologia statunitense in ambito educativo, caratterizzato da 6 livelli di apprendimento che progrediscono dal più elementare al più complesso (conoscenza, comprensione, applicazione, analisi, sintesi e valutazione). Gli insegnanti potrebbero pianificare delle attività in grado di far sperimentare agli studenti più talentuosi gli ultimi tre livelli: analisi, sintesi e valutazione. Per quanto riguarda l’analisi, essa può essere raggiunta chiedendo agli studenti di paragonare, investigare, classificare, esaminare e risolvere, attraverso report, pianificazioni, soluzioni di misteri, interviste. Il livello di sintesi prevede attività legate al creare, sviluppare, inventare e comporre e può essere raggiunto suggerendo agli studenti di creare una storia originale, un gioco, una composizione musicale, un’opera d’arte, fare ipotesi o esperimenti. L’ultimo e più complesso livello concerne la valutazione, nella quale rientrano competenze come la capacità di scegliere, giudicare, criticare, ad esempio attraverso la recensione di un libro, un dibattito di attualità, un’autovalutazione, una riflessione su un procedimento giudiziario.

    E’ utile inoltre fare riferimento alla teoria delle intelligenze multiple, secondo la quale tutte le persone, in misura diversa, possiedono almeno sette tipi di intelligenza (linguistica, logico-matematica, visuo-spaziale, motorio-cinestetica, musicale, interpersonale e intrapersonale). Applicare questa teoria in una classe aiuta a pianificare attività che stimolino ogni studente in una o più aree specifiche.

    Dare compiti equilbrati, proponendo l’esplorazione dello stesso materiale per tutta la classe e personalizzando poi le richieste in base alle abilità individuali di ciascuno. Questa strategia può essere applicata anche durante le prove di valutazione e, in riferimento alla Tassonomia di Bloom, nel caso di plusdotati è possibile includere richieste riferite ad un livello d’apprendimento superiore.
    Coinvolgere gli studenti plusdotati e particolarmente talentuosi in competizioni accademiche, come ad esempio test di cultura generale, consentendo loro di esprimere le capacità di leadership ma allo stesso tempo di confrontarsi con le dinamiche di gruppo.

    Gruppi didattici. Ci si riferisce alla possibilità di istituire dei gruppi flessibili, differenziati per curriculum didattico e istruzioni, dai quali entrare e uscire a seconda delle esigenze. Diversi studi mostrano in effetti come il raggiungimento degli obiettivi sia velocizzato e facilitato quando studenti ad alto potenziale vengono messi a confronto tra loro, incidendo anche positivamente sulla capacità di socializzazione.

    Apprendimento Cooperativo. Questa metodologia didattica si è rivelata particolarmente utile nel valorizzare ciascuna individualità: sia chi ha difficoltà che chi presenta potenzialità intellettive superiori alla media. Il principio cardine, infatti, è l’organizzazione di attività didattiche a piccoli gruppi, che prevedono una distribuzione di ruoli e compiti complementari, in base alle potenzialità personali di ciascuno.

    Le strategie proposte finora possono essere utilizzate dagli insegnanti come punti di partenza per costruire una didattica efficace e non esauriscono la possibilità di sperimentare altre modalità. E’ importante infatti che il docente utilizzi e metta in pratica questi spunti in modo creativo e personale, adattando la didattica non solo alle esigenze del gruppo classe, ma anche al suo stile di insegnamento. Del resto, non è possibile sottolineare le differenze di apprendimento trascurando quelle d’insegnamento, valorizzare le peculiarità di ciascun alunno eliminando quelle degli insegnanti.

     

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