Su un tram affollato salgono una signora e i suoi due figli, una bambina di circa 10 anni e un bambino di circa 5. Squilla il telefono, “Rispondi, è tuo padre” dice la mamma alla bambina, che non esita a prendere la chiamata e a parlare con il padre. “Papà vuole parlare con te” dice dopo qualche minuto la bambina alla mamma, la quale, con qualche disappunto, accetta di parlare con l’uomo. I toni si scaldano e un pungente sarcasmo non tarda ad arrivare: “Cosa vuoi da me? Potevi pensarci prima […] Non sono fatti tuoi cosa faccio io […] Mi devi dare i soldi, 300 euro non bastano per due bambini […] A me non interessa né di te né della tua famiglia, io non devo chiedere niente a nessuno […]”. “Parla con papà” dice con tono seccato la mamma porgendo il telefono al figlio più piccolo, il bambino si rifiuta e affonda la testa nella borsa della signora, che, senza farselo ripetere due volte, riprende il telefono e dice “Non ti vuole parlare”.
Autore: centrostudioforepsy
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Comportamenti aggressivi in classe. Cosa fare?
La campanella avverte il cambio dell’ora, l’insegnante, che ha appena concluso la sua lezione, lascia l’aula. Nei 5 minuti in cui la classe resta scoperta, regna il caos. Ad un certo punto Luca mette le mani al collo di Sara che, per difendersi dall’aggressione reagisce, graffiando il braccio del compagno. Ad assistere di striscio alla scena è un collaboratore scolastico, che chiede spiegazioni in merito, alla classe. Questa tace. Sopraggiunge l’insegnante dell’ora successiva, che, non riuscendo a ricostruire l’accaduto, non prende provvedimenti.
La maggior parte dei lettori riconoscerà l’episodio brevemente descritto come un classico della quotidianità scolastica. Chi è estraneo a questo mondo può invece essere sollecitato a varie reazioni emozionali, come lo sdegno per il fatto che non siano stati presi provvedimenti (che porta subito alla ricerca di un colpevole specifico, a seconda della personale opinione maturata in merito). Certamente si fa fatica a pensare che si possa trattare di una responsabilità condivisa, inerente magari la grande omertà che l’intero racconto ispira. Ma cosa si cela dietro questo apparente disinteresse? Forse l’ennesimo vissuto di impotenza e frustrazione da parte degli attori coinvolti, che si sentono lasciati soli, perché non guidati da un modello (legislativo e/o di comportamento) che li tuteli e li renda padroni di un qualche atteggiamento utilmente adottabile.
“Cosa si sarebbe potuto fare?” è il primo classico interrogativo che sorge spontaneo.
Focalizzandosi sulla manifestazione aggressiva di Luca (il bambino designato come problematico e sul quale si ritiene necessario un intervento) è possibile cimentarsi con alcune strategie, non definitive ma d’aiuto, e sicuramente preliminari ad una comprensione più ampia che considera il comportamento del bambino sintomo di una disfunzione allargata agli altri attori dell’organizzazione scolastica:
Un tamponamento inziale è necessario: intervenire sulla manifestazione ed interromperla qualora ritenuta pericolosa per l’incolumità di qualcuno è fondamentale. Non servono grandi manovre fisiche, talvolta basta la sola ferma presenza ad incutere nel ragazzo la giusta dose di timore che lo porti ad interrompere l’aggressione.
Non fermarsi al solo tamponamento, o probabilmente l’episodio si ripeterà: eliminare il comportamento non aiuta a fare in modo che questo non si ripeta, perché le sue radici più profonde resterebbero illese. Fornire uno spazio di ascolto è il primo passo per instaurare un clima di fiducia. Il ragazzo si sentirà così al sicuro e proverà ad esprimersi verbalmente sull’accaduto, iniziando a toccare le corde più interne del comportamento agìto.
Né sminuire, né colpevolizzare: Sminuire è sicuramente la soluzione più allettante, perché protegge da quella sensazione di smarrimento ed impotenza sopra descritta. Tuttavia è necessario farsi forza e provare ad affrontare i problemi quando si presentano: dopo il primo tentativo sarà tutto più facile, perché si scopre che in realtà i ragazzi prestano molto più ascolto di quanto si possa immaginare, se dinanzi a loro riconoscono una figura autorevole e comprensiva. Ciò non significa proporsi in maniera autoritaria: colpevolizzare e denigrare la persona sono atteggiamenti che gettano il ragazzo in una sensazione di inadeguatezza. Egli potrebbe reagirvi con chiusura, indifferenza, e/o con la messa in atto di ulteriori comportamenti aggressivi.
Scindere il comportamento dalla persona: ciò che va additato come sbagliato è quindi il comportamento, non la persona. L’insegnante o l’adulto alle prese, può rassicurare in tal senso il ragazzo, con frasi del tipo “ ciò che hai fatto non è bello ne giusto, tuttavia non credo tu sia un bambino cattivo, magari vuoi parlarmi di ciò che ti ha spinto a fare quella brutta sbagliata?”
Cercare di instaurare un dialogo emotivo non solo con il protagonista dell’episodio ma con l’intera classe che è spesso testimone silenziosa (non per questo passiva ed estranea), è utile per offrire altri punti di vista sull’accaduto e per trasmettere la fiducia che anche le emozioni provate da spettatrice sono accolte e rispettate. Ciò darà un impulso positivo agli interi equilibri della classe, compromessi dai singoli comportamenti e vissuti.
Muoversi in un’ottica preventiva oltre che riparativa: se una classe in particolare è frequentemente protagonista di episodi di questo tipo, quindi etichettata come problematica, è possibile strutturare degli appositi spazi con attività pianificate, in cui gli allievi possano, ad esempio, sentirsi liberi di esprimere e verbalizzare le proprie emozionalità ancora prima di agirle, sfogandole spesso in comportamenti non idonei. Ciò chiama in causa un ulteriore sforzo da parte di tutti gli attori dell’organizzazione scolastica, che dovranno cooperare affinché un’iniziativa di questo tipo sia resa possibile, affidandosi alle proprie capacità creative sicuramente presenti o anche alla consulenza di esperti.
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Quando i compiti dei bambini diventano i compiti per la famiglia: quali strategie?
Sempre più spesso accade che il percorso scolastico dei più piccoli diventa fonte di stress e conflitto per l’intera famiglia e, in questi casi, le piattaforme virtuali diventano le principali dispensatrici di consigli su cosa fare per avere un “figlio di successo”. Da un lato si denuncia il crescente numero di bambini che presentano difficoltà nel concentrarsi ed impegnarsi sui compiti scolastici, dall’altro trova sempre più terreno fertile l’ipotesi per cui la scuola di oggi chieda ai bambini di riuscire in compiti troppo avanzati per la loro età.
La riuscita scolastica è un obiettivo importante per i bambini, essendo un’occasione in cui iniziare a costruire la propria immagine mediando tra le aspettative degli adulti e i risultati ottenuti. La scuola non è solo uno spazio di apprendimento didattico, ma è anche il teatro in cui si affinano e si mettono in campo capacità comunicative e relazionali più o meno collaudate, per cui tutto ciò che avviene a scuola è una sfida evolutiva importante per il bambino.
A fronte dell’elevata posta in gioco, è evidente la necessità che il bambino venga accompagnato, almeno in una fase iniziale di questo processo e il primo passo è proprio la costruzione di un metodo di studio efficace. La prima cosa pratica che si può fare è individuare un ambiente ad hoc per lo studio: si tratta di una stanza che, per le sue caratteristiche (luminosa, silenziosa, comoda, priva di fonti di distrazione), ben si presta alle esigenze organizzative di un bambino che deve studiare. La prima esigenza di uno studente è sicuramente la concentrazione, per cui si sconsigliano stanze affollate da persone che fanno altro o semplicemente di passaggio. Dopo aver individuato ed organizzato la stanza di studio, vanno organizzate le attività da svolgere, mettendo a punto un piano di studi che tenga conto anche di tempi e modalità…ma tra il dire e il fare …
È facile dire che bisogna porsi degli obiettivi raggiungibili e darsi delle regole sensate ma la messa in pratica implica sempre delle difficoltà maggiori, soprattutto quando si parte con l’idea che esista un manuale delle istruzioni da seguire.
Quando il bambino si siede alla scrivania per studiare non ci sono solo lui e i suoi compiti: ci sono anche le sue preoccupazioni, le relazioni che ha costruito a scuola, le aspettative dei genitori, il confronto con eventuali fratelli/sorelle/cugini.
Questo per dire che non basta una sedia comoda, una stanza silenziosa e delle regole ferree (magari le stesse che hanno già funzionato con qualcun altro!), forse sarebbe più utile dare voce alle emozioni di tutti, ridando giustizia e complessità alla situazione. La scuola non è una sfida evolutiva solo per il bambino, ma è un passaggio importante anche per la sua famiglia, laddove possono riaffiorare antichi ricordi e vecchi dissapori che si cristallizzano poi in aspettative che, a loro volta, influenzano il modo in cui si affronta la questione. Anche il bambino ha il suo bagaglio di emozioni da aprire e la chiave sono i genitori, i quali possono fornire uno spazio di ascolto e condivisione.
Detto ciò, sicuramente esistono delle strategie che aiutano ad ottimizzare lo studio, e la psicologia cognitiva ha dato un contributo importante in questa direzione:
– Selezionare le informazioni in base all’obiettivo, aiutandosi con colori diversi o sottolineature, per cercare i dati utili in un testo e sintetizzarlo;
– Organizzare le informazioni in schemi, elenchi, mappe concettuali, linee del tempo, ecc. per far emergere collegamenti e integrare conoscenze pregresse;
– Sintetizzare e fare il punto della situazione per facilitare la comprensione e la memorizzazione, divenendo più consapevole del proprio apprendimento;
– Porsi domande, lasciarsi guidare dalla curiosità per aprire la strada a nuovi interrogativi e, dunque, a nuovi apprendimenti;
– Confrontare argomenti, informazioni e punti di vista diversi per sviluppare capacità critiche e flessibilità di pensiero.
Queste sono solo alcune delle strategie di studio possibili, ma la cosa più importante è capire che queste non hanno dei confini netti, sono degli input che vanno contestualizzati e ripensati a seconda delle situazioni. Non esiste la strategia perfetta in assoluto, così come non esiste un vestito che sta bene a tutti allo stesso modo: esistono vestiti in grado di valorizzare alcuni corpi ed esistono strategie più funzionali di altre in alcune situazioni. Bisogna, dunque, dedicare del tempo all’osservazione e all’ascolto non solo degli altri ma anche di sé stessi e provare poi a mettere insieme i pezzi, proprio come un sarto imbastisce un vestito. Per co-costruire una strategia è necessaria, dunque, una fase in cui si analizzano le parti in relazione: il bambino e la scuola, il bambino e gli insegnanti, il bambino e i compagni di classe, il bambino e quella materia specifica, il bambino e i genitori, ma anche i genitori e il bambino…potrei continuare all’infinito.
Quindi, in questo caso gli esperti sono sicuramente i genitori, e noi psicologi possiamo lavorare solo per aiutarli a tirar fuori quelle risorse che sono già presenti in loro stessi.
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“È intelligente ma non si applica”: quando il problema si chiama plusdotazione
Cosa intendiamo per intelligenza? È possibile misurarla? Cosa vuol dire essere intelligenti? Questi sono degli interrogativi in parte ancora aperti e che evidenziano quanto sia complesso parlare di questo argomento. Una frase celebre di Einstein cita così: “Ognuno è un genio. Ma se si giudica un pesce dalla sua abilità di arrampicarsi sugli alberi lui passerà tutta la sua vita a credersi stupido”.
Il noto fisico tedesco e Premio Nobel ci insegna che l’intelligenza non può che essere valutata all’interno di un più ampio contesto, nel quale prendono forma e significato le abilità di ciascuno. Senza un contesto di riferimento il rischio è quello di attribuire ad altri ciò che appartiene a categorie nostre, al nostro modo di leggere ed interpretare la realtà.
Un esempio attuale può essere fatto in riferimento alla sempre più nota Giftedness: la plusdotazione. Ci si riferisce alla presenza di abilità cognitive molto superiori rispetto alla crescita fisiologica del bambino o del giovane ragazzo, ma talvolta discrepanti rispetto alle funzioni sociali ed emotive.
La peculiarità di questa situazione è che non sempre essere plusdotati corrisponde ad un alto rendimento scolastico, tant’è che si può essere molto dotati in una particolare area, come quella logico-matematica, ma manifestare delle carenze in aree afferenti, ad esempio, al linguaggio. Spesso accade anche che questi “gifted children” non riescano a raggiungere i livelli di competenze richieste dall’ambiente circostante e in questo caso si parla di “gifted underachiever”: quando le abilità superano in numero e livello quelle dei coetanei è possibile che il bambino si ritrovi a sperimentare un vissuto di noia per ciò che fa; altre volte, per la sensazione di tradire il gruppo sociale di riferimento il bambino tende a sottostimare e svalutare le proprie capacità, inibendo i comportamenti finalizzati a perseguire determinati obiettivi.
In sostanza, bambini molto intelligenti possono sembrare agli occhi degli altri capricciosi, irascibili, distratti o iperattivi, quando i loro comportamenti non vengono letti in un’ottica più ampia. Non è perciò semplice e immediato riconoscere un caso di plusdotazione e distinguere quest’ultimo da altri tipi di situazioni. Bisogna inoltre tenere presente che esistono specifiche differenze all’interno della stessa etichetta e che è quindi necessario saper differenziare i meccanismi universali, le intensità delle sintomatologie e le caratteristiche individuali. Dunque, per genitori, insegnanti e altri adulti di riferimento che si rapportano con un bambino plusdotato, o ipotizzato tale, sarebbe utile:
– Fare attenzione all’ambiente e alle circostanze in cui egli mette in atto i comportamenti apparentemente problematici;
– Concedere al bambino lo spazio per esprimersi, anche se in modo inizialmente disfunzionale;
– Mantenere un atteggiamento di ascolto che lo aiuti a tradurre comportamenti non verbali in un linguaggio condivisibile;
– Comunicare i sentimenti sperimentati di fronte ad un comportamento inappropriato (“quando fai così io mi sento…”), anziché impartire ammonizioni colpevolizzanti (“devi smetterla di fare così”).
Queste strategie consentono di rileggere determinati atteggiamenti come sintomo di una difficoltà relazionale o di un disagio emotivo, proprio perché cogliere quali difficoltà il bambino sta sperimentando è il punto di partenza per promuovere specifiche strategie di sviluppo.
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Rientro a scuola: 4 cose da fare per aiutare i bambini nel distacco
[fusion_text]Rientro a scuola: 4 cose da fare per aiutare i bambini nel distacco
Il rientro a scuola per molti bambini può essere un momento particolarmente stressante, poichè coincide con la fine di un periodo di vacanza, caratterizzato dalla presenza più o meno costante dei genitori, e con l’inizio di un periodo in cui dovranno confrontarsi con più doveri e con un rispetto delle regole più strutturato. Per alcuni bambini, però, il rientro a scuola può essere particolarmente stressante poichè fanno un po’ più fatica degli altri nel distaccarsi dai genitori. E’ importante allora che genitori sappiano come aiutarli, in modo da far sì che questo momento resti appunto solo stressante e non diventi traumatico, nè occasione per favorire un evitamento, al fine di proteggere il bambino dal disagio, che però porterebbe solo ad indebolirlo.
Ci tengo a chiarire subito un aspetto centrale: i bambini devono imparare a fare i conti con lo stress e con la frustrazione del non poter fare ed avere tutto ciò che vogliono, compreso il disagio di non poter provare sempre emozioni positive. Vivere situazioni frustranti, infatti, rinforza i bambini e non il contrario! Spesso mi ritrovo a parlare con genitori, tra le famiglie che seguo, che tendono a pensare che far vivere ai propri figli situazioni spiacevoli possa traumatizzarli. In realtà gli sforzi, le difficoltà, la frustrazione, se ben calibrati e adeguati naturalmente, non fanno male, ma al contrario rinforzano le capacità del bambino e aumentano la sua autosima. (altro…) -
Come calmare un bambino spaventato
Come calmare un bambino spaventatoIn un bellissimo libro sulle paure dei bambini, Cohen Lawrence J. spiega con un aneddoto semplice ma estremamente esplicativo, come per aiutare i bambini spaventati e ansiosi a recuperare la calma, sia fondamentale che il genitore, o chi si prenda cura del bambino, si impegni a farsi vedere calmo per primo.
Lawrence racconta di come abbia capito da molto piccolo l’importanza di questo semplice principio, osservando il comportamento dei pulcini e facendo qualche piccolo esperimento con loro. Quando un pulcino è spaventato, in genere, si comporta come moltissimi altri animali: resta immobile, poichè i falchi, ad esempio, non attaccano nulla che non sia vivo, ecco perchè i pulcini tentano di ingannare i falchi, o altri predatori, rimanendo fermi.
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Compiti per le vacanze si o no?
Compiti per le vacanze si o no?Se i compiti sono importanti per l’apprendimento, le vacanze lo sono altrettanto, se non ancora di più. Sicuramente il momento dei compiti a casa è utile al bambino/ragazzo per avere la possibilità di un momento di rielaborazione personale di quanto appreso in classe, così come anche per essere allenato ad avere un piccolo impegno.
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Cosa dire e cosa non dire ai bambini che hanno paura.
Cosa dire e cosa non dire ai bambini che hanno paura.Le paure nei bambini sono normali. Devo ancora conoscere un bambino che non abbia paura di qualcosa. In qualche modo sanno che nell’essere piccoli c’è una certa dose di vulnerabilità e questo li porta ad essere più o meno spaventati.
Quando sono solo dei neonati, le paure riguardano, ad esempio, la solitudine, la separazione, gli estranei, i rumori forti, così come qualsiasi cosa sia improvviso, intenso e sconosciuto. Possono avere paura anche di fare il bagno, della morte o di cose immaginarie come i mostri o i draghi.
Dai 4 ai 6 anni l’ansia dei bambini è più rivolta verso il mondo esterno, possono aver paura dei temporali, dei medici, dei ladri, della guerra. A questa età si può manifestare in maniera più evidente anche l’ansia sociale, poichè viene chiesto loro di essere più “aperti ed educati” verso gli altri. E’ a questa età che i bambini ansiosi tendono ad avere delle regressioni (farla a letto o farsela addosso anche durante il giorno).
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Bambini iperattivi. Premi o punizioni?
Bambini iperattivi. Premi o punizioni?Il bambino iperattivo può rendere la vita molto difficile ai genitori così come Il Bambino Iperattivo in Classe può creare problemi al proseguire delle attività didattiche .
Gestire un bambino iperattivo, non e’ un’impresa impossibile, ma bisogna conoscere le strategie cognitivo-comportamentali adeguate!
Molto spesso genitori e insegnanti agiscono per tentativi ed errori, cercando di tamponare l’ Iperattività nel Bambino e le emergenze dovute ai suoi comportamenti negativi, tuttavia agire guidati dall’istinto del momento senza avere un piano strategico da seguire, non fa che peggiorare la situazione.
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Bambino iperattivo o solo vivace?
Bambino iperattivo o solo vivace?

“Il mio bambino è senza freni!”. Molto spesso i genitori che si rivolgono a me per avere suggerimenti su come comportarsi con il proprio bambino iperattivo, mi descrivono in questo modo il proprio figlo. Questo ci dà subito l’idea di cosa significhi avere a che fare con un bambino iperattivo.
Un bambino iperattivo puo’ essere aiutato a regolare di piu’ il suo comportamento,ma bisogna conoscere le strategie giuste e applicarle con coerenza!
Molto spesso si ha la sensazione di avere a che fare con un bambino letteralmente “motorizzato”, che non ha la capacità di stare fermo un attimo, nè di concentrarsi su un qualcosa che lo interessi per più di pochi minuti (a volte anche meno!). Anche gli insegnanti mi parlano di una grande difficoltà a gestire il Il Bambino Iperattivo in Classe , ma cerchiamo di vederci chiaro.
Definire un bambino iperattivo, tuttavia, non è un’affermazione da poco, perchè quando parliamo di bambino iperattivo, parliamo di un disturbo ben preciso, con caratteristiche specifiche, ossia di Disturbo da Deficit d’Attenzione Iperattività.



