A che serve immaginare? Storia di un gifted che sognava ad occhi aperti

plusdotazione-e-talento

plusdotazione-e-talentodi Jennifer Virone

Questa è la storia di Alberto, un ragazzo di 14 anni gifted (o plusdotato) che crescendo aveva scoperto di poter sognare ad occhi aperti quando si sentiva solo.

Alberto, fin da piccolissimo, era sempre stato un bambino con una prontezza insolita, molto curioso e precoce nell’imparare a leggere e scrivere. La sua velocità di apprendimento lo entusiasmava, perché poteva sempre scoprire cose nuove e trovare nella sua stessa mente una fonte inesauribile di stimoli. Faceva molte domande, mettendo a dura prova le conoscenze dei genitori, che a volte spazientiti si chiedevano se sarebbe mai stato soddisfatto dalle loro risposte  (cosa che accade tipicamente nei bambini gifted o plusdotati).

Alberto era un bambino molto intelligente, che presto aveva imparato a rispondere da solo alle proprie domande o a tenersele per sé quando temeva di non poter essere compreso. Erano tanti i quesiti che lo assalivano, talvolta angosciandolo: quanto è grande l’universo? C’è qualcos’altro oltre? Come si sono formate le stelle? È possibile contarle? Cosa c’è dopo la morte? C’è un ordine logico tra alcuni numeri? Perché contiamo dal numero 0? L’infinto si può dividere? Crescendo si era reso conto che molte di queste domande lasciavano gli altri sbigottiti o nella migliore delle ipotesi non facevano che accrescere la sua fame di sapere. Più erano le domande che aveva in testa, più era forte il desiderio di pensare e ragionare. La sua curiosità andava a braccetto con la voglia di condividere le sue scoperte, ma presto Alberto rinunciò alla condivisione, perché la solitudine era meno dolorosa della delusione di non essere compreso (anche questo può accadere spesso ai bambini plusdotati o gifted). Così, spesso trovava rifugio nei suoi pensieri, nei sogni ad occhi aperti che faceva, nei mondi paralleli che immaginava di visitare, nelle innumerevoli possibilità che si aprivano davanti alle questioni che si poneva. Alberto aveva finalmente un mondo dove potersi esprimere liberamente: la sua immaginazione. Anche quando era più piccolo immaginava di avere un amico speciale con cui parlare e confrontarsi. Adesso che era cresciuto aveva rinunciato a quell’amico, ma non alla sua immaginazione.

A scuola era sempre stato considerato un creativo, un anticonformista e molte volte si era servito dell’immaginazione per risolvere i problemi e affrontare situazioni nuove; molte altre, sognare ad occhi aperti lo aveva portato ad allontanarsi dal presente, da ciò che gli accadeva, dalle paure e dalle angosce che a volte lo tormentavano. Per questo poteva succedere che gli altri lo considerassero menefreghista, distaccato, poco concreto. Anziché aiutarlo ad affrontare gli eventi, l’immaginazione lo aveva protetto da questi ultimi, tanto che non si era mai allenato a tollerare le frustrazioni; spesso si sentiva ferito o annoiato e ciò non faceva altro che indurlo a rifugiarsi ancora di più nel suo mondo.

Ma cosa si stava perdendo Alberto? La possibilità di comunicare con gli altri. Più si chiudeva, meno era in grado di esprimere il turbinio di emozioni che aveva dentro. A volte, quando queste diventavano incontenibili, straripavano in modo violento e sproporzionato, spaventandolo e inibendolo ancora di più. Si stava perdendo la possibilità di rispecchiarsi negli altri, di essere accettato e capito; ora che entrava nell’adolescenza sentiva però il bisogno di appartenere ad un gruppo, di avere qualcuno con cui identificarsi, di non essere “diverso”.

All’inizio Alberto provò a smettere di pensare, poi con il tempo imparò che avrebbe potuto utilizzare la sua immaginazione per gestire le turbolenze che il mettersi in gioco e l’avvicinarsi agli altri scatenavano in lui. Le frustrazioni e le delusioni potevano essere tollerate imparando ad ampliare le sue prospettive e giocando a cambiare il proprio punto di vista: quando si trovava di fronte a un problema, poteva immaginare come si sarebbe sentito nei panni di un altro o cosa avrebbe potuto fare in condizioni diverse. Ad esempio, se parlando con un compagno di classe dei suoi studi sui buchi neri quest’ultimo rispondeva con scarso interesse, anziché ritirarsi pieno di delusione e disapprovazione, Alberto poteva provare a immaginare come il compagno poteva essersi sentito. Poteva persino immaginare i modi in cui avrebbe potuto rendere più interessante un argomento che lo entusiasmava tanto. Scoprì così che fare ipotesi lo aiutava a gestire emozioni come la rabbia, la paura e la tristezza.

Utilizzare l’immaginazione non era più per Alberto un rifugio dal mondo esterno, ma un modo per mettersi in contatto con esso senza esserne travolto.

 

Hai trovato utile questo articolo? Commenta, Condivid : )!