La socializzazione nei bambini gifted: l’altra faccia della medaglia …

La socializzazione nei bambini gifted: l’altra faccia della medaglia …

 gifted_children.s600x600-300x199di  Anna La Prova, Giorgia De Fabritiis, Cinzia Schiappa e Jennifer Virone

“Avrebbe voluto dirle che studiare gli piaceva perché puoi farlo da solo, perché tutte le cose che studi sono già morte, fredde e masticate. Avrebbe voluto dirle che le pagine dei libri di scuola hanno tutte la stessa temperatura, che ti lasciano il tempo di scegliere, che non fanno mai male e che tu non puoi far loro del male.” 

(La solitudine dei numeri primi, Paolo Giordano)

In questo romanzo si parla della storia di Mattia, un bambino dotato ed intelligentissimo ma che vive la propria infanzia in solitudine. E’ una storia che in più occasioni stimola a riflettere su quanto possa essere facile trovarsi vicino agli altri eppure sentirsi soli. Infatti, un elevato potenziale cognitivo è spesso qualcosa in  più di  una semplice intelligenza al di sopra della media e talvolta può rappresentare un problema che fatica ad essere visto come tale, soprattutto in una società in cui si tende ad associare il successo alla realizzazione personale. Così come il più ricco non sempre è il più felice, il bambino plusdotato non sempre si adatta facilmente ai contesti di vita, laddove il costo per un’elevata competenza cognitiva è spesso pagato nell’area socio-affettiva. Come ci insegna la Psicologia della Gestalt, il tutto è più della somma delle singole parti e ciascuna parte non va considerata come a sé stante, ma inserita in un sistema di relazioni che danno anch’esse il loro contributo al risultato finale. In altre parole, l’apparenza può ingannare: così come spesso non si riesce a cogliere l’elevato potenziale cognitivo che c’è dietro atteggiamenti apparentemente oppositivi o provocatori, allo stesso modo, anche quando questo viene riconosciuto, si dà per scontato che il bambino sia in grado di affrontare qualunque situazione semplicemente perché più intelligente. Il tallone d’Achille dei gifted risiederebbe, dunque, proprio nella socializzazione, poiché ad un elevato potenziale cognitivo si affianca comunque uno stadio emotivo coerente con l’età anagrafica del soggetto: questa dissincronia tra sviluppo emotivo ed intellettivo esporrebbe il bambino al rischio di isolamento, essendo cognitivamente troppo adulto per i suoi coetanei e sentimentalmente troppo bambino per gli adulti. A ciò si aggiunge il peso dell’aspettativa che l’adulto ripone nel bambino plusdotato: a volte non si accettano quei comportamenti infantili, che sarebbero invece coerenti con l’età, e si rischia di alterare il naturale processo di crescita. Inoltre, valorizzare la plusdutazione consente sicuramente di coltivare un potenziale presente ma, se non fatto con le giuste cautele, si corre il rischio di alimentare una tendenza ad isolarsi probabilmente già presente, allontanando il bambino dai coetanei e dal contesto di riferimento. Per ricapitolare, velocità di apprendimento, curiosità, autonomia, spirito critico, senso dell’humor, ecc. sono alcuni dei punti-forza della giftedness che vanno sicuramente riconosciuti e valorizzati, ma  rendono conto solo di una faccia della medaglia, laddove difficoltà comunicative e relazionali  rappresentano una minaccia concreta. Ecco perché non bisogna consentire che il bambino rinunci alla possibilità di sviluppare un rapporto con i pari.

Assodata l’importanza della socializzazione con i pari in età evolutiva, come possiamo aiutare i bambini plusdotati a stare bene nei contesti gruppali? Ciò di cui un gifted necessita è sicuramente una “palestra” in cui poter allenare quotidianamente le proprie abilità sociali. Ecco alcuni suggerimenti che possono fungere da esempi:

Aumentare le attività extra-curriculari. La loro sete di conoscenza va certamente assecondata e stimolata attraverso attività extra-curriculari, ma sarebbe utile che queste attività si svolgessero in gruppo. In questo modo il bambino può coltivare i suoi interessi stando “in compagnia”, rafforzare la sua rete amicale e al tempo stesso imparare a fare i conti con tempi ed esigenze altrui. Ad esempio, si potrebbero proporre degli sport di gruppo oppure dei laboratori tematici interattivi, ma anche situazioni più semplici e sporadiche, come l’istituzione di gruppi di approfondimento in cui ognuno può dare il proprio contributo in base alle proprie risorse, oppure la visione insieme di un film particolarmente interessante per poi commentarlo o, ancora, riunirsi per fare dei lavoretti artistici, ecc. Chiaramente le possibili situazioni di interazioni tra pari possono essere infinite ed è bene pensarle in relazione alla situazione specifica con cui ci si confronta (contesto, età, interessi personali). 

Lavorare sulle rigidità. A volte i bambini plusdotati possono essere così presi da sé stessi e dalle proprie idee da trascurare gli altri le prospettive altrui, con ripercussioni sui rapporti interpersonali. Ciò può renderli poco inclini ad assumere un atteggiamento flessibile, mostrando ad esempio difficoltà ad abbandonare i propri piani o progetti per adattarsi ai cambiamenti che avvengono intorno a loro. A tal proposito si potrebbe avvertire il bambino prima di attuare cambiamenti di programma, per accompagnarlo in un processo di riconoscimento e ascolto delle proprie emozioni, affinché sia in grado di fare lo stesso per quelle altrui. Ad esempio si può usare un cronometro per segnare il tempo e stabilire con il bambino quanto spazio dedicare a ciascuna attività: ciò lo aiuta sia a circoscrivere l’attenzione che a limitare la rigidità d’azione, ed allo stesso tempo a tollerare la frustrazione che può provocare il dover stare su un compito di minore interesse. Sempre in questa direzione, un gioco per allenarsi al cambio di prospettiva potrebbe consistere nel piegare un foglio in otto parti, su cui disegnare un cartone animato o una sequenza di eventi che facciano riferimento a specifiche situazioni sociali (ad esempio, un bambino che si rifiuta di giocare a quello che il suo amico propone). Analizzando insieme la situazione, si aiuterà il bambino a riflettere sui sentimenti che i protagonisti della storia provano nelle varie interazioni, ma anche su come le cose sarebbero potute andar peggio o meglio, proponendo delle alternative.

Allenarsi ad uno stile comunicativo efficace. I bambini particolarmente talentuosi a volte possono risultare presuntuosi e poco affabili a causa di alcune modalità comunicative. Ad esempio, alcuni possono avere la tendenza ad evitare il contatto visivo, a guardare per terra o a non mostrare alcune espressioni facciali,oppure possono essere poco pazienti e tendere a liquidare le richieste altrui con un “no” secco e sgarbato, per cui si potrebbe spronare il bambino ad assumere un atteggiamento più accogliente. Quindi, dopo che ci si è allenati a riconoscere e riflettere sulle espressioni altrui, bisogna prepararsi anche a darvi una risposta adeguata, paziente e comprensiva. Un ruolo importante in questo senso è senza dubbio ricoperto dalla famiglia: spesso le modalità comunicative e comportamentali poco funzionali possono essere legate agli aspetti di rigidità, per cui è fondamentale praticare la flessibilità anche in casa, in modo tale che anche i bambini possano imparare a farlo. Ad esempio praticare l’arte di dire no con grazia può essere un modello di comportamento da adottare e stimolare anche in famiglia e, quando ciò non accade, si può chiedere al diretto interessato di ripetere il rifiuto in modo meno sgarbato.

Inoltre, può essere utile usare a scuola l’apprendimento cooperativo, che è sia una valida strategia didattica che uno strumento di socializzazione. Si tratta, infatti, di un metodo che utilizza il piccolo gruppo per valorizzare il singolo, poiché ogni alunno contribuisce al perseguimento di uno scopo comune, in base alle proprie abilità. Ne risentono positivamente sia la qualità dell’apprendimento che l’esercizio della cooperazione fra i membri del gruppo-classe, grazie all’opportunità di confronto. In una situazione gruppale di questo tipo, il bambino plusdotato non solo si confronta con i suoi compagni in modo più diretto, ma fa i conti anche con la frustrazione che gli provoca l’attesa e il rispetto dei tempi e modi altrui. La frustrazione, infatti, accompagna frequentemente le loro giornate, ma spesso viene liquidata velocemente, mentre in situazioni di apprendimento cooperativo il contenimento è più efficace proprio perché associato alla possibilità di produrre qualcosa, insieme. I gruppi cooperativi, però, vanno formati con criteri ben precisi, in cui il bambino gifted non deve percepire di essere solo funzionale ad aiutare l’altro meno bravo, ma deve sentirsi realmente valorizzato per ciò che è capace di fare, dando un contributo innovativo e complementare a quello degli altri. Se i gruppi vengono creati con lo scopo di far sì che il bambino dotato “aiuti” soltanto gli altri, senza trarne vantaggi, diventa controproducente.

Quindi la vita di questi “piccoli geni” non è sempre in discesa, in quanto nei contesti di apprendimento vanno riconosciuti e aiutati a far fruttare il loro potenziale, mentre nelle situazioni relazionali vanno supportati nel contatto con le emozioni e nell’individuazione di modalità comunicative funzionali. Lo sforzo principale che si richiede al bambino plusdotato è di mediare tra le proprie esigenze e competenze e quelle altrui, gestire la frustrazione e fare i conti con le richieste e i limiti del contesto, che non significa “livellarsi” al punto medio, ma utilizzare al meglio le proprie risorse per interagire in modo produttivo con gli altri. Bisogna essere pazienti, ricordando che le abilità sociali non si imparano da un giorno all’altro, ma necessitano di una pratica quotidiana.

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