Il sonno, insieme all’alimentazione, è uno dei primi comportamenti con cui il neonato si esprime e richiama l’attenzione dei genitori, che spesso si chiedono se non stia dormendo troppo o troppo poco o se durante il sonno possa accadergli qualcosa di spiacevole senza che loro se ne accorgano. Fin da subito, infatti, i genitori si trovano a fare i conti con il sonno del proprio figlio e, talvolta, questo può divenire motivo di forti preoccupazioni.
Soprattutto quando il bambino è piccolo, può accadere che i genitori abbiano la fantasia di controllare tutte le sue attività, sonno compreso. Ad esempio, alcuni genitori si lamentano che il figlio la mattina si sveglia alle 5 e le interpretazioni che questi danno del fenomeno sono variegate, passando dal dispetto intenzionale fino al dubbio dell’insonnia. Approfondendo la questione con i genitori spesso si scopre che i loro bambini vanno a dormire alle 20, quindi alle 5 del mattino hanno già fatto 9 ore di sonno, che potrebbero essere assolutamente sufficienti per molti di loro! Al di là del fatto che non esiste un numero di ore di sonno sufficienti allo stesso modo per tutti, la situazione appena descritta coglie appieno un pensiero stereotipato e antiquato sul sonno nell’infanzia: il sonno del bambino dipenderebbe solo ed esclusivamente dalla sua volontà, quindi il fatto che non si addormenti o svegli “a comando” sarebbe solo frutto di un capriccio.
Qui è possibile sfatare un primo mito: non esiste un numero di ore di sonno che sia ottimale per tutti perché ognuno ha il suo personale bisogno di sonno e questo vale sia per gli adulti che per i bambini. Alcune persone si svegliano riposate e pronte per affrontare la giornata dopo sole 4 ore di sonno, mentre altre dopo 8 ore hanno ancora bisogno di dormire per stare bene. Inoltre, il fabbisogno giornaliero di sonno varia anche in funzione dell’attività cognitiva in veglia o della specifica fase di vita che sta attraversando il soggetto. Questo per dire che non si può pretendere che un bambino vada a dormire e si risvegli all’orario stabilito dagli adulti solo perché “è un bambino e fa quello che dicono i genitori”, ma è necessario riconoscergli bisogni, abitudini e ritmi personali.
Ciò nonostante, il genitore può sicuramente fare molto per accompagnare e facilitare i ritmi di sonno del bambino.
Primo fra tutti, si consiglia di evitare che il bambino si cimenti, in prossimità del sonno, in attività particolarmente eccitanti fisicamente o mentalmente, in quanto non favoriscono quella fase di rilassamento che predispone poi all’addormentamento. Ad esempio, sarà difficile chiedere ad un bambino di mettersi a letto e dormire se fino a qualche istante prima giocava a rincorrersi o era impegnato con il suo videogioco preferito. Sfatiamo un altro mito: la funzione primaria del sonno è permettere al cervello di riposare e recuperare gli effetti dell’attività giornaliera e non concedere al corpo un periodo di riposo, sebbene questa sia sicuramente un’importante funzione secondaria.
Altrimenti non si spiegherebbe come mai le persone costrette a letto per particolari condizioni mediche presentano anch’esse un bisogno ciclico di sonno. In tal senso, la credenza che l’attività fisica serale faciliti l’addormentamento perché stanca fisicamente il soggetto è infondata perché questa causa delle modificazioni fisiologiche che interferiscono con il sonno, e lo stesso dicasi per i bambini. Evitare, inoltre, l’assunzione nelle ore serali di bevande eccitanti contenenti caffeina come la coca-cola, il thè o la cioccolata. Un’altra cosa a cui è importante prestare attenzione è l’utilizzo dei dispositivi tecnologici prima di andare a letto o, per i più grandi, mentre si è letto. È ormai dimostrato che la luce proveniente dagli schermi altera il sonno sopprimendo i livelli di melatonina, un ormone secreto durante la notte che è implicato nella regolazione dei ritmi circadiani, quindi sarebbe utile assicurarsi che i propri bambini non facciamo uso di questi dispositivi prima di coricarsi. Infine, è bene che i genitori capiscano quali siano i bisogni di sonno del proprio figlio e, a partire da questi, si adoperino per costruire dei rituali (ad esempio, ci si mette il pigiama, si legge una storia, si canta una canzone, ecc.) e per seguire degli orari regolari, in cui sicuramente ci possono essere delle eccezioni ma queste saranno dichiarate e riconosciute come tali da tutti i membri della famiglia. In questo modo, si aiuta il bambino ad instaurare un rapporto sereno con il sonno e ad avere ben chiare quali sono le attività che si fanno di giorno e quali di notte. In generale, l’imprevedibilità, la confusione e l’assenza di punti di riferimento stabili non aiutano il bambino a regolarizzare i propri ritmi, a riconoscere i propri bisogni e a confrontarsi con le regole.
Inoltre, è utile tenere a mente che quello che talvolta può sembrare un disturbo del sonno legato ad una disfunzione del bambino, potrebbe invece celare una difficoltà relazionale con i genitori o un loro atteggiamento poco funzionale. Sfatiamo, dunque, un terzo mito: quello che accade durante le ore di sonno, o durante quelle che solitamente sono (dovrebbero essere!) dedicate a questo, ha a che fare con quello che facciamo e proviamo durante la veglia. Le emozioni, le situazioni di vita, lo stress, le attività quotidiane, il tipo di relazione che intratteniamo con gli altri influenzano la qualità e quantità del sonno e il rapporto con esso…e questo vale anche per i bambini! Alcuni comportamenti apparentemente “capricciosi” rispetto al sonno potrebbero in realtà avere una valenza comunicativa ben più ampia. Ad esempio, il rifiuto da parte del bambino di coricarsi all’orario stabilito o le sue continue visite notturne nella camera dei genitori potrebbero essere l’unica modalità che ha per richiamare l’attenzione su di sé o un goffo tentativo per manifestare un malessere che ha difficoltà a riconoscere ed esprimere a parole. Il modo in cui i genitori affrontano la questione “sonno” direziona l’esito dei loro interventi. Pensiamo al messaggio che arriva ad un bambino a cui, ogni volta che si sveglia di notte, i genitori rispondono dandogli il biberon, cullandolo o mettendolo nel loro letto finché non si addormenta: egli potrebbe capire che tutto ciò che dovrà fare per guadagnare l’attenzione dei suoi genitori è svegliarsi nel cuore della notte. O ancora alcuni genitori provano in tutti i modi a resistere alle lacrime del bambino, lasciandolo piangere fino a quando non si calma, ma poi vengono presi dallo sfinimento e cedono alla tentazione di tranquillizzarlo con tutti i mezzi a loro disposizione. In questo caso al bambino potrebbe arrivare il messaggio che gli basta continuare a piangere e che deve giocare al rialzo per ottenere l’attenzione dei genitori. Ma la questione è: attenzione su cosa? Quanto è utile che il genitore si limiti a contenere le conseguenze di un sonno disturbato piuttosto che cercare di andare al di là del comportamento problematico?
Lungi dall’insinuare che avere a che fare con dei bambini che hanno difficoltà con il sonno sia semplice e che non esistano delle strategie per affrontare queste situazioni, però è importante che i genitori inizino a riflettere anche sulle potenzialità comunicative dei comportamenti del proprio bambino e delle loro reazioni a questi. Quindi, non solo l’effetto che il comportamento del bambino ha suoi genitori, ma anche l’effetto che la reazione dei genitori a ciò ha sul bambino.
Vi lascio con questa riflessione e vi aspetto con il prossimo articolo in cui affronterò la difficile questione dei bambini che non vogliono andare a letto!
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